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Un problema assai dibattuto: la caccia


La caccia è lo sport più antico del mondo, intimamente legato alla natura dell’uomo e alla sua civiltà. Andare a caccia significa innanzi tutto fare moto, respirare aria buona, vivere a intimo contatto con la natura: esigenza questa che, sebbene sempre presente, diventa particolarmente imperiosa nel nostro tempo e nella nostra civiltà in cui si vive continuamente a contatto con una realtà artificiosa e artificiale, alienante. I cacciatori lamentano l’intolleranza e l’esasperazione “ecologista” che ha finito per sottoporli a una specie di linciaggio morale e sociale, addebitando le loro colpe indebite e responsabilità altrui.
La scomparsa di molte specie animali non è dovuta alla caccia, ma all’alterazione dell’ecosistema operata dall’agricoltura industrializzata che fa largo uso di concimi sintetici, di pesticidi, diserbanti ed antiparassitari chimici, che, alterando l’habitat, rende difficile e fin quasi impossibile la vita agli animali selvatici. E ancora, è dovuta all’inquinamento industriale dei corsi d’acqua, alla pratica scomparsa di luoghi incolti e selvaggi a causa della speculazione edilizia, all’avanzamento delle aree metropolitane, alla diffusione di autostrade e superstrade che hanno lacerato valli, traforato monti, sbriciolato e fatto scomparire quei pochi lembi di territorio vergine che costituivano come un’oasi di sopravvivenza per gli animali selvatici. Essi, i cacciatori, difendono la natura più dei sedicenti ambientalisti, provvedono a loro spese a ripopolare di animali le poche aree disponibili e non solo non si occupano di politica più di quanto non lo facciano gli altri, ma, col carattere temprato dalla loro pratica sportiva, sono particolarmente alieni dai sotterfugi e dalle manovre nascoste.
Infine accusare la caccia di essere antieducativa è un’autentica eresia: chi non sa che fin dai tempi più remoti la caccia è invece una palestra di virtù sia fisiche sia morali? Che educa alla resistenza, alla tenacia, all’attenzione, alla pazienza, che fa guardinghi e solerti, forti e gentili nello stesso tempo?
A loro volta gli ambientalisti ribattono che le reintroduzioni e i ripopolamenti faunistici operati dai cacciatori, oltre ad essere altamente interessati – è come se pagassero in anticipo le prede che poi uccideranno – sono fatti per lo più senza criteri scientifici: al cacciatore importa soprattutto avere qualcosa a cui sparare, un bersaglio mobile, e, subordinatamente, far bella figura con la preda. Così è accaduto che sulle pendici appenniniche sono stati reintrodotti cinghiali che con quelli autoctoni hanno poco a che vedere: sono molto più grossi, voraci, prolifici, derivano dagli incroci più strani e per di più sono particolarmente aggressivi.
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