tema sui bambini soldato

I bambini-soldato

Un’esecrabile manifestazione di violenza sui minori: bambini e ragazzi costretti ad imbracciare un mitra e mandati a combattere.
La violenza della guerra, già di per sé terribile, ha come drammatico corollario il fenomeno dei bambini-soldato che in centinaia di migliaia hanno combattuto ed ancora combattono, alcuni negli eserciti dei regimi al potere, altri nelle milizie di opposizione, nei conflitti interetnici che dilaniano tanti Paesi poveri dell’Africa e dell’Asia: in Uganda, in Congo, nella Namibia, nella Somalia, nel Darfur, nella Costa d’Avorio, in Nigeria, nel Ruanda, nello Sri Lanka e in tanti altri.
Purtroppo sono ancora tanti, stimati in più di trecentomila dalle organizzazioni umanitarie, i minori di diciotto anni che continuano ad essere impegnati in conflitti nella parte povera del mondo: in maggioranza hanno un’età tra i quattordici e i diciassette anni, tuttavia ci sono anche reclute di dieci-dodici anni, e la tendenza è verso un abbassamento dell’età.

Alcuni sono combattenti a tutti gli effetti, altri usati come vedette o come “portatori” di munizioni, vettovaglie, ecc., anche se la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.
Oltre ad essere esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, sovente sono trattati brutalmente e puniti in modo severo per gli errori commessi: ad esempio, una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad un’esecuzione sommaria. Pure le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e ad altre violenze sessuali.
Il fenomeno dei bambini-soldato non è recente, poiché era presente anche nei conflitti del passato: nei libri di storia si può leggere di come Hitler, il dittatore della Germania nazista, nell’ultima fase della seconda guerra mondiale, avesse reclutato per la Wermacht ragazzi di sedici-diciassette anni. Ma negli ultimi anni il fenomeno è in costante aumento a causa della mutata natura della guerra, diventata oggi prevalentemente etnica e caratterizzata da una feroce pratica di violenza a danno delle popolazioni civili. Inoltre l’uso di armi automatiche leggere ha reso più facile l’arruolamento dei minori: anche un bambino di dieci anni può imparare ad usare un mitra come un adulto.
I ragazzi, poi, non vogliono ricevere del denaro,seguono le dottrine di una persona adulta e decidono di porsi dinnanzi al pericolosi con incoscienza, per esempio attraversano dei campi minati, oppure si infiltrano nei territori minati come spie. La lunghezza dei conflitti è un ulteriore aspetto da tenere in considerazione, in quanto fa sorgere l’esigenza di trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite e, quando ciò diventa difficile, ecco allora che si ricorre ai ragazzi, facilitati dal fatto che non si seguono le procedure normali di reclutamento o perché tanti ragazzi non hanno documenti che dimostrino la loro vera età.
Tuttavia vi sono anche dei ragazzi che si arruolano come volontari. In questo caso le cause possono essere diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, spinti dalla fame o dal bisogno di protezione. Altre motivazioni possono essere ricercate in una certa cultura della violenza e nel desiderio di vendicare atrocità subite dai genitori, da parenti o da membri della comunità di appartenenza.
Una recente ricerca ha mostrato come la maggioranza dei ragazzi si uniscano alle milizie di opposizione in conseguenza di un’esperienza di violenze subite personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte della truppe governative o, ancora, perché rapiti durante qualche incursione nel proprio villaggio.
Quest’ultimo caso è tra i più atroci, perché i ragazzi rapiti vengono poi costretti dai miliziani, anche ricorrendo a droghe, a combattere contro le comunità originarie di appartenenza.
Per i ragazzi che combattono, le conseguenze sono drammatiche: quelli che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, possono soffrire di stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie o infettive, come la malaria e l’Aids.
Sono molto gravi le ricadute psicologiche sui bambini soldato, in quanto sono stati testimoni di crimini inauditi o dell'avere commesso atti terribili loro stessi. Provano sensazioni terribili in seguito a questi episodi: attacchi si panico e inoltre hanno incubi continui. Si aggiungano le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà d’inserirsi nuovamente in famiglia e in qualche caso riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla.
Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti culturalmente arretrati, dopo essere state nell’esercito, non riescono a sposarsi e finiscono con il darsi alla prostituzione.
L’arruolamento di bambini-soldato può essere considerato una forma di violenza e di sfruttamento, illegittima e pericolosa, dei minori.
Alcune ricerche dell’O.N.U. hanno mostrato come tantissimi ragazzi che diventano soldati in tempo di guerra siano soggetti allo sfruttamento da lavoro nero in tempo di pace: fanciulli separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati non accompagnati, figli di single), provenienti da situazioni economiche o sociali svantaggiate (ragazzi di strada, sfollati o appartenenti a minoranze etniche) o che abitano nelle zone più calde di un conflitto.
Chi vive nei campi-profughi è particolarmente a rischio di essere sfruttato da gruppi armati, in quanto le famiglie e le comunità sono distrutte ed i ragazzi sono abbandonati a se stessi, costretti ad una condizione di grande incertezza.
Di recente, grazie anche all’opera di organizzazioni umanitarie come “Amnesty International”, è stata istituita una coalizione internazionale per fermare l’uso dei bambini-soldato, che si è posta come obiettivo prioritario di fare pressione sui governi di tutto il mondo affinché non arruolino minorenni, anche se volontari, e non sostengano, contro altri Stati, organizzazioni della guerriglia di opposizione che si servono di bambini-soldato.

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