Gli anziani hanno bisogno di affetto, non di solitudine ed indifferenza


Appunto di italiano un breve tema sugli anziani e sul loro bisogno di affetto dai propri cari.

Gli anziani, considerati per lo più un peso morto di cui disfarsi perché improduttivi, vanno spegnendosi oggi lentamente nell’indifferenza delle persone “attive”. Il poeta italiano Giacomo Leopardi vedeva nel vecchio il depositario delle verità della vita, l’uomo che non ha più la capacità d’illudersi, che non ha la forza né la possibilità di sperare, che non può più suscitare amore, il simbolo di una vita che sta per finire, quindi un uomo triste. È vero, i vecchi sono tristi, malinconici e la loro è una malinconia così dolce, così piena di tenerezza, che basta che ti rivolgano uno sguardo per condividere il loro stato d’animo.
È vero, con gli anziani ci vuole molta pazienza, ripetono sempre le stesse cose, ma solo perché dimenticano di averle già dette; cambiano umore molto velocemente e poi amano raccontare: raccontano sempre le loro grand’imprese, e in quei momenti perdono ogni contatto con la realtà e sono felici. Soprattutto vogliono che i loro nipoti, i giovani che li circondano, sappiano che non sono stati sempre così abbandonati e trascurati; anche loro hanno avuto le loro esperienze, anche loro hanno combattuto, riso e pianto nella vita; vogliono quasi rivalutarsi agli occhi dei giovani. E allora perché sbuffare, perché ignorarli, perché togliere loro questa soddisfazione, questi che sono gli unici bei momenti della loro vita? Oggi, quando si parla del problema dei vecchi, si è portati a risolverlo attraverso la creazione di moderne strutture sociali che assicurino la giusta assistenza agli anziani; ma l’anziano non ha solo bisogno di assistenza: ha bisogno di affetto, ha bisogno di sentirsi “coccolato” dai suoi familiari, vuole parlare non con un infermiere o con un assistente sociale, ma con i figli, con i nipoti; hanno tutti bisogno di sentire il calore delle famiglie. Non è giusto che debbano finire i loro giorni in ospizi o in case di riposo o in corsie di ospedale, solo per l’indifferenza e l’egoismo dei familiari. Sono esseri deboli, incapaci di reagire, terrorizzati dalle violenze del mondo; e questi sono mali che né le medicine né lo squallido ambiente di un ospizio o di un ospedale curano.

Negando quella che è la dolcezza di una vita divisa con un vecchio, l’uomo esternatore dell’attivismo, del dinamismo, quasi si rifiuta di accettare la vecchiaia come una realtà che lo riguarderà – prima o poi – personalmente; quindi evita di trattare l’argomento con la dovuta attenzione. E un giorno si pentirà; solo allora, proprio chi è stato favorevole alla relegazione dei vecchi negli ospizi, sentirà la tristezza della vita di ospizio e non avrà nemmeno la forza di dire che ha sbagliato e chiuderà gli occhi desiderando di rivedere i suoi nipoti, sicuramente lontani nel momento dell’addio.

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