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Solo tu sai cos’è

Fiumi di inchiostro, di pittura, di sangue sono stati versati per cercar di descriverlo. Cosa?
L’Amore, il grande dilemma che l’uomo ha sempre avuto. E’ stato definito carnefice, ma anche unica medicina, ma qual'è la prima cosa che pensiamo se pronunciamo Amore?
Io penso alla frase celeberrima pronunciata da Francesca a Dante nella Divina Commedia: “Amor che nulla amato, amor perdona”, quell’amore peccaminoso, passionale di due amanti destinati ad amarsi, contrapposto all’amore rinnegato del marito da Francesca, quell’amore che esce fuori gli schemi e va oltre a tutto ciò che è terreno.
Credo che l’amore senza passione non sia vero amore, infatti, è la legna che arde e alimenta il focolare di questo grande sentimento.
La passione è un inclinazione esclusiva verso un oggetto, un sentimento intenso e violento di attrazione o repulsione che può turbare l’equilibrio psichico e la capacità di discernimento e di controllo. Quando uno ama davvero non è capace di ragionare, è folle, tutto e dedito a rendere l’amato felice, poiché la sua felicità è la nostra. L’uomo è schiavo dell’amore, di quella persona. A volte però il troppo amore e il rifiuto dell’amato si trasforma inevitabilmente in odio.

Ma l’odio provocato dall’amore è ben diverso dall’odio invidioso, è molto più forte, più risentito, sono i punti che suturano la profonda ferita provocata dal semplice sguardo dell’amato.
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior”, ovvero "Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai. Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento", Catullo.
La palese voglia di andare avanti, contemporaneamente il desiderio inutile che tutto cambi e che giri per il verso giusto. L’odio diventa una sorta di difesa da quell’amore doloroso, insoddisfacente.
A volte invece il troppo amore si trasforma in pazzia, odio nei propri confronti, che porta addirittura alla propria morte e dell’amante, come ad esempio nel Trionfo della morte di D’Annunzio, Giorgio avvolto dal suo mal di vivere, trascina nell’abisso più profondo anche l’amata.
E vogliamo parlare di chi crede di amare, ma dopo la “soddisfazione” corporea tutto svanisce?
“Il maschio era ormai soddisfatto ma, all’infuori di quella soddisfazione, egli veramente non ne aveva sentita altra.” Senilità di Italo Svevo.
Si crede di amare finché l’oggetto del desiderio, quella persona tanto corteggiata e desiderata, si ha, si ottiene, diventa nostra. Dopo ci sembra inutile, come se quello non fosse quel che vogliamo perché perde improvvisamente importanza.
E non bisogna tralasciare l’amore per il proprio corpo, per il piacere, amore irrazionale e probabilmente privo di rimedio. Questo tipo di amore perfettamente descritto nella Lupa di Verga, questa donna esente da ogni principio morale e sentimentale rende preda e vittima ogni uomo che desidera fino a violare i principi familiari, desiderando e possedendo l’uomo di sua figlia. Appunto soprannominata “la lupa”, animale che in personifica la cupidigia, il desiderio, la bramosità e l’insaziabilità di soddisfazioni carnali.
Questo tipo di persone non si accontentano mai, cercano sempre quel qualcosa di più che le faccia sentire superiori, migliori, ma a un certo punto nemmeno loro sanno ciò che vogliono sviluppando così un odio per sè stessi, una sorta di scontentezza. Allora cos’è il vero amore? Quello che comunemente noi chiamiamo amore forse non è altro che un paradosso, un'illusione tanto discussa forse senza veramente mai conoscere come fosse fatto, potrebbe essere lo scopo del nostro viaggio che chiamiamo vita.

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