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Saggio breve - Titolo: Fratelli D(iversi)’Italia


Alla proclamazione dell’unità nel 1861 l’Italia si presentava come un insieme di stati profondamente diversi tra loro, ancora ben lontana da una vera e propria unità civile e politica. Le differenze tra le regioni riguardavano svariati ambiti: come dice Romanelli, il Paese era caratterizzato da diversi tipi di clima e di conseguenza prodotti agricoli e piante diversi. Questa eterogeneità si estendeva anche alle città e alla popolazione che viveva in esse: appartenevano a culture diverse, avevano ideali politici e civili a volte contrari, mostravano tratti somatici differenti e non parlavano la stessa lingua.
Le differenze tra le varie regioni erano frutto di ciò che era accaduto negli anni precedenti, quando gran parte dell’Italia settentrionale si trovava sotto il dominio dell’Impero austriaco e l’Italia meridionale sotto il Regno delle due Sicilie.

La mancanza di una lingua nazionale unita ai fattori sopra citati rendeva sempre più difficile unire una società così profondamente diversa. Gran parte della popolazione, dice Tullio De Mauro, era analfabeta, non avendo avuto la possibilità di frequentare la scuola. Questo aveva anche ritardato la formazione di un’opinione pubblica nelle classi più povere della società del tempo.
Chi era al potere proponeva il centralismo politico e amministrativo per organizzare il paese: questa scelta fu vista da molti come una “conquista” sabauda, poiché era stato proprio il Regno di Sardegna a condurre il paese all’unità. Tuttavia anche la stessa classe dirigente, rappresentante solamente di una ristretta classe sociale, risultava poco autorevole e debole nell’unire sia socialmente sia politicamente l’Italia.

Si era arrivati rapidamente all’unità italiana, senza essere prima riusciti a risolvere i problemi, economici e sociali, e le diversità presenti all’interno del paese. L’economia del nuovo Regno ne risentiva per via dei debiti derivanti dalla guerra e dai singoli stati. Questi ultimi erano caratterizzati da diversi gradi di sviluppo. Le regioni del Nord erano più forti sul piano economico e più aperte al cambiamento, perché da sempre a stretto contatto con l’Europa del nord. Il sud, invece, era arretrato. Si formarono in queste zone gruppi criminali organizzati. Inoltre, la mancanza di ferrovie e vie di comunicazione nel Mezzogiorno rendeva ancora più difficile il suo sviluppo, isolando regioni come Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata dal resto del Paese.

La costruzione di queste infrastrutture, finora solo presenti nel Nord e nel Centro, richiedeva grosse spese che il neonato Stato italiano non era in grado di affrontare. Di questo parlarono Seton e Watson nel loro saggio sull’Italia di fine Ottocento e inizio Novecento. Per far pareggiare le entrate e le uscite lo Stato decise di attuare diverse procedure: ricorse ai prestiti, che vennero però presto ritirati dai creditori stranieri, in particolare francesi; vendette ai privati alcune proprietà demaniali come ferrovie e canali e anche beni ecclesiastici espropriati. La maggior parte del denaro, però, venne ottenuta tramite le imposte. Le tasse furono aumentate e questo andò a sfavore della classe più povera, come i contadini, che andava sempre più a impoverirsi. Una delle tasse peggiori fu quella sul macinato, che si ripercosse anche sull’attività agricola.

L’analisi di questi fattori ci porta a capire quanto realmente fosse difficile arrivare a un’unità vera e propria del paese come lo conosciamo oggi. Nonostante gli ostacoli e le differenze dominanti tra regioni e popolazione, non servì molto tempo all’Italia per ottenere oltre all’unità scritta sulla carta anche quella effettiva come nazione.

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