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saggio breve su Galilei e sul nuovo metodo scientifico

Il concetto di natura attraverso le poesie di Giacomo Leopardi

Del concetto di natura leopardiana si è venuto a conoscenza attraverso le fasi del pessimismo leopardiano che si articolano in quattro fasi importanti: il pessimismo individuale, il pessimismo storico, il pessimismo cosmico e infine il pessimismo eroico. Per ciò che concerne il pessimismo individuale questa fase è vissuta dal poeta in prima persona: mentre ha trascorso la sua infanzia felicemente in compagnia dei suoi amati fratelli, l'adolescenza la vive in modo negativo, poiché la vita con lui è stata molto negativa, affermando anche che gli altri giovani della sua età abbiano vissuto in modo felice ( questa è la celeberrima fase del pessimismo psicologico o detto anche come pessimismo personale). Il concetto di natura intesa come un elemento che fa soffrire il poeta in età giovanile emerge nei seguenti versi de Il giorno del dì di festa:

"E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate!"

Si tratta di una natura che fa soffrire il poeta in età giovanile, non lasciandogli alcuna speranza (speme) a causa soprattutto dell'ambiente familiare che egli sente stretto e anche per colpa della sua salute precaria.

La seconda fase invece è quella del pessimismo storico. In questa fase Leopardi sostiene che la natura è da considerare ancora benigna, in quanto produce una felicità terrena di cui l'individuo si illude. L'uomo però non potrà vivere per sempre con delle illusioni che sono solo temporanee. A questo punto subentrerebbe l'infelicità che risulta essere dettata dal progresso della civiltà intesa come intera società umana. Proprio per questo motivo il poeta recanatese considera migliori le epoche antiche e non le epoche moderne. Sempre nell'ambito del pessimismo storico, viene elaborata la teoria del piacere secondo cui l'uomo va alla ricerca del piacere e quindi della felicità per tutta la sua esistenza. Andando quindi sempre alla ricerca del piacere, l'uomo è però destinato all'infelicità. In Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica è molto evidente questa fase relativa al pessimismo storico:

"Resta perciò che questi potendo illudere come vuole, scelga dentro i confini del verisimile quelle migliori illusioni che gli pare, e quelle più grate a noi e meglio accomodate all’ufficio della poesia, ch’è imitar la natura, e al fine, ch’è dilettare. E sia pure più malagevole a preparare quelle illusioni che ci debbono quasi vestire d’opinioni e consuetudini diverse dalle nostre: non è obbligo nè virtù del poeta lo scegliere assunti facili, ma il fare che paiano facili quelli che ha scelti. Ora bisogna vedere se quel poeta che non va molto dietro alle opinioni e alle usanze d’oggidì, posto che del rimanente sia gran poeta, diletta più o meno gli animi, seconda più o meno la natura e per tanto il buon gusto..."

Considerato quest'ultimo aspetto quindi si passa dal pessimismo storico al pessimismo cosmico che identifica la natura come una natura matrigna, la quale ha generato l'infelicità umana. Quest'ultima non è più considerata come un dato storico, ma come una condizione individuale, che porta quindi le singole persone a soffrire. Il concetto di natura matrigna è visibile nelle parole contenute ne Lo Zibaldone, 27 maggio 1829:

"La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno."

L'ultima fase è invece il pessimismo eroico che corrisponde agli ultimi anni di vita del Leopardi, quando torna a Recanati per stabilirsi definitivamente nella città di Napoli, in cui scriverà La Ginestra e muore. In quest'ultima fase il Leopardi considera come unico mezzo di lotta alla natura matrigna la solidarietà umana. E' proprio nei versi de La Ginestra che sostiene questa considerazione.

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