Saggio breve
Ambito artistico-letterario
Argomento: Malinconia e taedium vitae: un motivo ricorrente tra antico e moderno


Il non nascere è meglio del nascere?

Destinazione Editoriale: “Il Papiro”, mensile di informazione, cultura e arte per un pubblico di media preparazione.


Psicologia degli umori
La malinconia è un fenomeno psichico chiave per riconoscere processi della psicologia individuale e collettiva che caratterizzano sia la cultura classica, greca e latina, sia il panorama storico e culturale moderno. Non è semplice uggia, nostalgia incompiuta dell’assoluto. E’ una vera patologia psicologica, delineata per la prima volta dallo stesso Freud come disturbo mentale. E’ una tentazione, un vizio, uno stato di occupazione permanente. Commutatio loci, taedium vitae, accidia, spleen, nostalgia, nausea: la malinconia ha assunto le forme più disparate nella storia della letteratura occidentale, e saperle codificare permette una completa interpretazione del messaggio dell’artista. La noia tra antico e moderno diventa una costante, una nuova spiegazione del presente, ansia del futuro o della morte, ma sempre un’esperienza formativa per autori e lettori.


Il taedium vitae nella classicità
L’uomo, come tutti gli esseri viventi, ha la straordinaria capacità di generare la vita; ma egli non è puro istinto come può esserlo una bestia, bensì è dotato anche di ragione, con la quale può chiedersi se sia opportuno o meno portare a termine la vita. Il poeta di Samo, Asclepiade, nell’“Anthologia Palatina”, manifesta in poesia l’attesa della morte, come unica soluzione della noia: “Ahimè, non ho ancora ventidue anni, | e sono stanco di vivere! O Amori, | che cos'è questo tormento? Perché | mi bruciate? E se morte mi colpisce, | Amori, che farete? Già! Come prima, | giocherete scherzando con i dadi.”. Il mondo greco, culla della civiltà occidentale, miracolo culturale unico e irripetibile, non può non affrontare, nella produzione letteraria che gli è propria, il tema dell’esistenza. Pur ergendosi sulla base di alti valori umani per i quali la vita deve essere vissuta: l’onesta come il coraggio, la dignità come la fierezza, la poesia, non meno della tragedia, dimostra che il non nascere è meglio che nascere. E’ un’asserzione forte, che accomuna scrittori di diverse epoche e che scaturisce da un pessimismo che coinvolge ogni aspetto esistenziale. Anche Sofocle è un pessimista con un senso profondo della vanità umana, tanto da giudicare, nel celebre coro dell’“Edipo a Colono”, inutile tutta la vita: “Non nascere vince ogni discorso; | ma, dopo nato, tornare al più presto | là da dove uno è venuto | è la sorte migliore dopo quella.” Sofocle non è un poeta sereno e, anche se profondamente religioso, vede la vita densa di infelicità e di dolore. Nella più grande delle sue tragedie, l’“Edipo re”, s’apprende ancor meglio questa lezione: quell’uomo ricco, felice e potente precipita nella rovina senza sua colpa e si consuma in lui quel tragico destino per il quale il non nascere sarebbe stato meglio che nascere. Così il coro canta quel famoso stasimo che piange l’irrimediabile infelicità umana: “Oh progenie mortali, simile | dico al nulla la vostra vita. | Quale uomo mai, quale uomo, | ha conosciuto altra felicità | se non quella che immagina, | per cadere nella sventura dopo questa illusione? | Oh! Mirando l’esempio, il fato, | triste Edipo, che te perseguita, | mai nessun’uomo dirò beato.”.

La letteratura latina eredita il pessimismo e la noia greca; basti pensare a Lucrezio e all’uomo che, nascendo, è da lui paragonato al naufrago “sbattuto a riva dai frutti iracondi (…), scagliato fuor dal ventre della madre nel regno della luce, riempie la stanza di un funereo vagito e ha ragione perché a lui tocca traversare nella vita sì ampia distesa di sciagure.”. L’“Eneide” di Virgilio poi, pur celebrando i fasti di Roma e gli antichi valori della restaurazione augustea, compendia nel suo eroe, stanco di imprese e di gloria, la virtus romana e il tedio della vita. Presto la noia, anche nell’Urbe, si trasforma in desiderio di morte, come attestato nella produzione di Orazio dal critico Bruno nel saggio “La strenua inertia oraziana e un’interpretazione dell’iunctura in Seneca filosofo”: “il sentimento nostalgico del sano mondo agreste, sia quello sabino o della nativa Apulia, è talvolta accompagnato da un altro motivo di inquietudine: mors ultima linea rerum est.”. Orazio si fa carico di tutta l’insoddisfazione dell’esistenza, che sfocia irrimediabilmente nella malinconia, come attestato nella diciottesima “Epistula”: “meno sano nell’animo che in tutto il corpo, nulla voglio sentire, nulla sapere che dia ristoro al mio male. Me la prendo con i medici fidati, mi adiro con gli amici, perché si affannano per strapparmi a questo mortale tepore, cerco ciò che mi fa male, fuggo da ciò che credo mi possa giovare; volubile come il vento, a Roma mi piace Tivoli, a Tivoli Roma.”. Il tema del taedium vitae, inoltre, si lega alla Commutatio loci: il viaggio per superare la percezione di tedio di vivere, la strenua inerzia oraziana. Il viaggio, in realtà, si rivela inutile, poiché l’anima non si rassegna con lo spostamento: “A che serve attraversare il mare e cambiare una città dopo l’altra? Se vuoi fuggire a questa situazione che ti angustia, non ha importanza che tu sia altrove, ma che tu sia un uomo diverso.”. Così Seneca, nell’“Epistulae ad Lucilium”, nega l’utilità del viaggio per evitare la malinconia. Inoltre, l’insoddisfazione oraziana è ripresa ancora da Seneca, nel “De tranquillitate animi”: “inconsulto e vano è il correre, come quello di formiche che si arrampicano sugli alberi e di lassù tornano vuote a terra. I più conducono vita simile a questi e non a torto qualcuno potrebbe chiamarla un’inerzia inquieta.”.

L’accidia nel medioevo
Carico del bagaglio culturale classico, Petrarca recupera il tema del taedium vitae con l’accidia, l’avversione ad agire. Questa condizione psicologica non può certo considerarsi di serenità e di gaudio, ma piuttosto di depressione e di mestizia, che causano malinconia e solitudine. Petrarca fu un instancabile ricercatore e studioso dei classici ed un operoso scrittore e, d'altra parte, nel "De vita solitaria" e nel "De otio religioso" egli fa elogio della solitudine come dell'otium, condizione ideale per dedicarsi agli studi. Quindi l'accidia non può riferirsi al suo concreto, reale, vivere ed operare, quanto ad un pernicioso stato di malessere psicologico che non lo abbandonò mai, neppure durante i suoi studi, e fu la sostanza della sua poesia.

La noia, da Leopardi ai maledetti francesi
La letteratura moderna eredita la malinconia con Sartre, Baudelaire e Leopardi. Con Jean-Paul Sartre prende il nome di nausea, dall’omonimo romanzo del 1938: è una dimensione metafisica e un atteggiamento psicologico nei confronti dell'esistenza, che pervade completamente, al punto che le cose hanno un'incidenza enorme sulla coscienza. Le sensazioni suscitate sono ribrezzo e disgusto, poiché tutto opprime l’uomo. Gli oggetti costituiscono un troppo, posseggono una tale pienezza e gonfiezza da risultare soffocanti e ributtanti, causando la nausea: “la Nausea m'ha colto, mi son lasciato cadere sulla panca, non sapevo nemmeno più dove stavo; vedevo girare lentamente i colori attorno a me, avevo voglia di vomitare. (...) Da quel momento la Nausea non m'ha più lasciato, mi possiede.“. Con Charles Baudelaire, invece, prende il nome di spleen: disagio esistenziale le cui motivazioni non risiedono in episodi specifici, ma rimandano alla natura sensibile del poeta nel suo complesso, alla sua incapacità di adeguamento al mondo reale. Lo Spleen, a differenza del taedium vitae non produce riflessività sulla condizione umana, ma si esprime a livello artistico con la descrizione degli effetti opprimenti e terribili dell'angoscia esistenziale. Ne “I fiori del male” del 1965, Baudelaire descrive gli effetti della malinconia: “Quando come un coperchio il cielo pesa | grave e basso sull’anima gemente | in preda a lunghi affanni, e quando versa | su noi, dell’orizzonte tutto il giro | abbracciando, una luce nera triste | più delle notti.”. Il poeta si sente estraneo ad un mondo che lo rifiuta e, conscio della propria incapacità di trasformarlo, assiste impotente al tramonto di ogni speranza e alla vittoria dell'angoscia, che diventa tragico emblema di tutto il suo essere. Infine, con Giacomo Leopardi prende il nome di noia. Con il poeta di Recanati tale sentimento assume una duplice connotazione: positiva, poiché l’uomo ha la fortuna di poter pensare e prendere conoscenza della propria infelicità; negativa, poiché è assenza totale di emozioni. Nella lettera del 19 novembre 1819 scrive: “Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione.”. La noia è intesa, quindi, come mancanza di senso della vita, non come sfaccendata inattività.

Paura della vita
Non si saprà mai se la vita, il nascere, l’esistere e il morire di ognuno abbiano un senso come avvenimenti isolati nell’universalità delle esistenze. Nonostante questo, non si può a priori privare altri della possibilità di scoprire, sperimentare e ricercare ciò che dà senso all’esistere. Che la morte, come conclude la sua riflessione Leopardi, sia l’unica certezza umana non può che essere accettato, ma tra nascere e morire trascorre un tempo chiamato vita, che per lo stesso appellativo conferitogli merita di essere vissuto, e non tutto ricade nella malinconia. E’ possibile lasciarsi vivere senza subire passivamente le conseguenza del tedio, rilegando quindi questo sentimento alla sola esperienza letteraria occidentale. Dalla classicità alla contemporaneità la malinconia rimane un potente ponte, eppure non indica l’unica strada percorribile per l’interpretazione dell’arte. Poiché nascere è meglio di non nascere.

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