Ominide 6603 punti

Il declino della Spagna

Dopo le sconfitte subìte nella guerra dei Trent'anni, nella seconda metà del Seicento - con le paci di Westfalia (1648) e dei Pirenei (1659) - la Spagna, pur conservando la maggior parte del suo impero (nel 1668 la Spagna aveva perso il controllo del Portogallo e dei suoi domini oltreoceano), dovette non solo rinunciare alle proprie ambizioni egemoniche, ma anche accettare una ulteriore erosione territoriale, riguardante i possedimenti nell'area del Reno (Fiandre e Franca Contea) e, nei primi decenni del Settecento, nei Paesi Bassi e in Italia.
Questa crisi della potenza spagnola aveva alla base gravi limiti interni: la cronica insufficienza produttiva, che costringeva la Spagna a ricorrere al mercato estero, con grave deflusso di metalli preziosi; la sostanziale incapacità di mettere in atto una politica mercantilistica, difendendo i propri spazi commerciali in modo da assicurarsi il godimento dei proventi economici degli ancora sterminati possessi coloniali; la povertà di risorse della Castiglia, le difficoltà della raccolta fiscale, i privilegi parassitari dell'aristocrazia e le autonomie dei diversi regni della corona.

Un tentativo di riforma e riorganizzazione dello stato si ebbe dopo la morte dell'ultimo esponente della casa spagnola degli Asburgo, Carlo II d'Asburgo, re dal 1665 al 1700, uscito di scena senza eredi diretti. Sul trono di Madrid salì Filippo V di Borbone (1700-46), nipote del re di Francia Luigi XIV (la vicenda fu all'origine della guerra detta appunto di successione spagnola). Con l'aiuto del ministro Alberoni, il sovrano si dedicò alla riorganizzazione giurisdizionale, amministrativa e fiscale dello stato spagnolo, avviando un lento processo di riforma del paese, che verrà continuato anche dai suoi discendenti.

Hai bisogno di aiuto in Storia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email