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Illuminismo e riforme in Lombardia

Durante l'impero di Maria Teresa e di Giuseppe II, la Lombardia fu investita da un cinquantennio di riforme destinate a lasciare tracce profonde. Negli anni sessanta-settanta del secolo questa politica trovò la collaborazione del vivace ambiente illuminista milanese.
Gli illuministi lombardi, infatti, parteciparono in prima persona alla politica di riforme della monarchia asburgica. Di qui il forte interesse per i temi di natura economica, giuridica e amministrativa che caratterizzò l'opera dei due maggiori intellettuali milanesi, Pietro Verri (1728-97) e Cesare Beccaria (1738-94). Intorno a queste due figure ruotarono i dibattiti dell'Accademia dei pugni, centro di elaborazione dell'Illuminismo lombardo, e le polemiche letterarie, filosofiche e politiche del periodico "Il Caffè", fondato nel 1764, che dava voce alle nuove idee.
Beccaria firmò uno dei libri più importanti e letti dell'intero Illuminismo europeo, Dei delitti e delle pene (1764), una serrata polemica contro la tortura e la pena di morte, che influenzò profondamente la cultura giuridica del tempo, ispirando provvedimenti di riforma dei codici penali, primo fra tutti quello attuato da Pietro Leopoldo di Toscana.

Per quanto riguarda i risultati delle riforme, l'opera più riuscita e il lascito più duraturo del riformismo asburgico fu certamente il catasto, il censimento generale di tutte le proprietà esistenti nel territorio lombardo, iniziato nel 1718 e compiuto definitivamente nel 1759. Un altro importante provvedimento di carattere economico fu l'abolizione delle corporazioni. In campo religioso, Giuseppe II attuò una politica duramente giurisdizionalista, mirante a ridurre l'influenza della chiesa sulla società lombarda.

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