Mongo95 di Mongo95
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In Inghilterra c’è sempre stata una certa resistenza nel mettere per iscritto una Costituzione, così come testi che comprendano almeno i principi fondamentali di organizzazione e funzionamento dello Stato. Però si pone lo stesso il problema di un sempre maggiore uso del diritto per contenere l’abuso di potere e della forza pubblica da parte dei suoi detentori. Storicamente abbiamo poi una pratica del costituzionalismo intesa non solo come corrente di pensiero che tende a separare i poteri, ma soprattutto a difendere i diritti degli individui dall’esercizio del potere. Ciò non significa che in Inghilterra non ci sia mai stata monarchia assoluta, anzi. I monarchi inglesi, sin dal medioevo, hanno dovuto confrontarsi con resistenze al loro potere assoluto, che venivano dalle autonomie urbane, dal pensiero del costituzionalismo e dal parlamentarismo.
Nel medioevo, per costituzionalismo si intende l’esigenza manifestata da diversi soggetti sociali e politici di regolare l’esercizio del potere con un patto tra i governanti e i governati, con enorme fiducia nella forza del diritto come strumento della regolazione dei rapporti.

L’esempio più eclatante è quello della Magna Charta del 1215, 63 clausule che tendono tutte a limitare il problema del monarca, a partire da Giovanni Senzaterra. Essa è la pietra angolare di quella che è la “British constitution”; un documento che contiene regole di relazione, laddove i governati non sono il popolo indistinto, ma aristocratici, cioè una delle forze sociali che maggiormente contrasterà con l’affermarsi dell’assolutismo monarchico.
Il principio fondamentale di questa carta è quello del “common law”. Infatti in Europa occidentale ci sono due grandi famiglie di tradizione giuridica: da una parte diritto scritto con all’origine l’esegesi del diritto romano, che si occupa principalmente del diritto civile (rapporti tra privati), un diritto che conosce però sin dall’origine anche l’attenzione alla totalità, alla res pubblica; dall’altra il diritto comune, che riguarda proprio gli individui “comuni” (Commons), cioè tutti gli individui, un diritto che è comune a tutti. Sempre però in una società come quella medievale dove era comunque presente un sovrano che, per posizione e in parte per responsabilità, talvolta anche con l’abuso, tendeva a elevarsi al di sopra di tutti i commons. Era allora possibile rimproverargli di comportarsi poco, male o ingiustamente della cosa pubblica, a scapito dei singoli.
Il common law, diritto comune a tutti e per tutti, fa riferimento, in parte, al diritto consuetudinario, cioè le consuetudini che sono radicate in un certo Paese, a cui tutti sono abituati e vogliono che siano rispettate. In ogni caso, c’è sempre qualcuno che deve decidere cosa è il diritto, cioè delle corti di giustizia. La principale era la Court of King’s Bench, il gruppo di giudici che proclamavano il diritto in nome del sovrano. Si facevano interpreti e applicatori del common law, ma nel tempo si depositavano una serie di loro sentenze che creano dei precedenti, una sorta di diritto scritto. Piano piano, si va a creare del diritto giurisprudenziale. Ogni sentenza va a aggiungere qualche nuovo elemento o principio, quindi il common law finisce per differire nel tempo, anche in base al territorio. Spesso accadeva che il monarca, in situazioni straordinarie, dovesse forzare il normale evolversi degli eventi. La Magna Charta quindi si basa proprio sulla necessità di imporre al re il principio che nemmeno lui può violare il common law, che nessuno è al di fuori della legge. Il principio che esiste un diritto che vale per tutti. La Charta è un patto che viene siglato il 15 giugno 1215, firmato e controfirmato da Giovanni, che però è anche il soggetto del testo, redatto invece dall’aristocrazia, clero e ceto dirigente. Al quindi è stato sottoposto un documento scritto come se fosse egli stesso in prima persona a parlare, con tutta una serie di doveri che sono “artificiosamente” autoimposti.
Nella Charta, il sovrano afferma che l’obiettivo del documento è migliorare l’ordinamento del regno, cioè la sua organizzazione e l’esercizio del potere. Ma anche che si accorda libertà alla Chiesa d’Inghilterra, lasciando integri i suoi diritti: si riconosce la sua autonomia e la sua libertà di scelta nelle questioni interne (esempio su tutti la nomina dei vescovi). Quindi anche il clero inizia a prefiguarsi come futuro eterno oppositore dell’assolutismo.

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