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L'isolamento del Giappone

Nel XVI secolo avvennero i primi contatti tra la popolazione giapponese e gli Europei, soprattutto con i Portoghesi (1545), che ottennero l'accesso nei mari della Cina per il commercio delle spezie e si inserirono negli scambi tra Cina e Giappone. Ma la penetrazione europea e, soprattutto cristiana, nel XVII secolo iniziò a essere fortemente osteggiata dai signori che temevano che i Giapponesi convertiti al cristianesimo fossero più fedeli ai sacerdoti che a loro e che, in un'eventuale invasione del paese, potessero appoggiare le truppe straniere. Vi furono quindi drammatiche persecuzioni e vennero emanati diversi editti che proibivano il cristianesimo. Importante quello del 1614 che accusava gli stranieri di "mirare a diffondere una leggenda malvagia così da poter cambiare il governo del paese e ottenere il possesso della terra", e intimava loro di lasciare il Giappone, ingiungendo l'abiura ai convertiti giapponesi.

Nel 1638 fu definitivamente preclusa l'ingerenza straniera in Giappone: venne posto fine a ogni rapporto con i Portoghesi e navi e commercianti spagnoli vennero banditi dalle coste. Fu stabilito inoltre che nessun Giapponese dovesse lasciare il paese, e chi avesse disobbedito e fosse ritornato, sarebbe stato giustiziato. L'unico elemento di contatto con il mondo occidentale rimaneva la concessione olandesi di Deshima, un isolotto nel porto di Nagasaki. Per più di due secoli il Giappone rimase isolato in una situazione di pace indisturbata in cui quindi imperatori e altrettanti shogun si succedettero. In questo lungo periodo si realizzarono importanti cambiamenti nei rapporti economico-sociali tra le classi che permisero la nascita di manifatture all'interno delle comunità contadine e l'affermazione di una classe mercantile.

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