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La Sala della Pallacorda


Ad inizio dei lavori degli Stati generali, subito ci si dichiara pronti a negare l’autorizzazione al Re di prelievo fiscale, unica arma possibile per evitare che compia un atto di forza sciogliendo l’assemblea. Un terzo stato molto consapevole dei suoi diritti e, soprattutto, poteri. Il clero allora decide di confluire nella stessa sala di riunione del terzo stato. Quindi ci si sposta nella sala della pallacorda, dove i deputati giurano a se stessi di non disperdersi fino a quando non abbiano scritto una costituzione, finché il regno non avesse base costituzionale solida. Luigi XVI capisce la minaccia, quindi chiede lo scioglimento. Ma c’è il rifiuto e si vota una risoluzione sull’inviolabilità personale dei deputati. Anche i nobili iniziano a confluire e alcuni di loro, come La Fayette, si appongono con le armi agli intenti del Re. Gli ordini si fondono totalmente (non esistono più sul versante rappresentativo) e il Re non può più fare a meno di riconoscere l’Assemblea nazionale costituente. Ci si rende conto che la situazione è talmente cambiata che sarebbe ridicolo attenersi agli impegni presi nel momento dell’elezione, c’è piuttosto un obiettivo comune e la volontà di essere rappresentanti del popolo, non un collegio particolare. I deputati sono ora liberi di rappresentare ciò che pensano sia il bene del popolo nella sua interezza.
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