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Il diritto cosmopolitico come condizione di pace tra gli stati


Nel Settecento, l’idea Illuministica di Europa e di un mondo senza confini era il frutto di elaborazioni teoriche, ma era anche il risultato della mancata collaborazione tra sovrani degli Stati europei intellettuali che aveva caratterizzato il periodo del cosiddetto “assolutismo illuminato”. Il cosmopolitismo era dunque espressione di un élite intellettuale: non si era trasformato in patrimonio comune alle diverse classi sociali.
Il filosofo Rousseau, figlio dell'Illuminismo, si fece portavoce di una radicale critica rispetto alla formulazione astratta del cosmopolitismo dei filosofi; nel suo “Discorso sull'origine dell'ineguaglianza tra gli uomini”, aveva delineato che le differenze sociali e politiche fossero il frutto di un processo di civilizzazione, egli ritenne però impossibile il tentativo di tornare allo stato di natura per riaffermare un'uguaglianza astratta tra tutti gli uomini; da questa convinzione scaturisce la sua critica al cosmopolitismo ingenuo dei contemporanei, teoria che nasceva dal giudizio di una visione dell'uomo avulsa dalla realtà o addirittura dl tentativo di mascherare un desiderio di fuga dalle responsabilità civili. Un altro figlio illustre dell'Illuminismo, Kant si incaricò di conciliare le esigenze concrete degli uomini -divisi in Stati e nazioni- con l'ideale di una pace universale, fondata su un diritto cosmopolitico. Egli, in una celebre articolo intitolato “Cos'è l'Illuminismo” aveva colto lo spirito del motto “abbi il coraggio di usare la tua propria intelligenza”. Il suo lavoro di filosofo aveva però dimostrato che la ragione non ha potere assoluto in tutti i campi: essa non poteva pretendere con la matematica o la fisica di costruire conoscenze scientifiche che descrivevano oggettivamente il mondo; la ragione umana è destinata a fallire quando pretende di elaborare teorie che vanno oltre il campo dell'esperienza e di pronunciare parole definitive e sul senso della vita umana e dell'universo. Limitando la ragione, si deve accettare i propri limiti sul piano teoretico; Kant indicava però una strada nella quale la stessa razionalità avrebbe potuto impegnarsi con maggiore successo: la costruzione cioè di relazioni tra gli uomini più ricchi di valori morali e la realizzazione di una società più giusta.
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