Ominide 6604 punti

Il Concilio di Basilea e la sconfitta della teoria conciliare

Nel 1431 Martino V convocò, come previsto a Costanza, un concilio a Basilea (1431-47). L'assemblea iniziò dopo la morte di Martino V. Il nuovo pontefice Eugenio IV tentò di riaffermare il primato papale, ma si scontrò con l'affermazione della dottrina conciliare nella forma più radicale. Il concilio infatti contrastò gli interventi di Eugenio IV eleggendo un antipapa, Felice V. Si aprì così una nuova frattura nella Chiesa (Piccolo Scisma, 1438-49) che risultò comunque assai più breve della precedente: lo scisma, infatti, si ricompose definitivamente dopo undici anni con l'abdicazione di Felice V. Il papa, dunque, riuscì a sconfiggere il conciliarismo e a riaffermare nella pratica il suo primato.
Ma dal punto di vista dottrinale, tuttavia, la questione fu risolta solo nel 1870 da un concilio convocato da papa Pio IX, che decretò il dogma dell'infallibilità del pontefice.

La chiusura dello scisma fu ovviamente un grande successo per la Chiesa e per il papato che, tuttavia, uscì indebolito da questa prova. Infatti gli Stati approfittarono del lungo periodo di crisi per intervenire nelle questioni ecclesiali e per strappare concessioni ai vari papi che si contendevano il controllo della Santa Sede. Per questo, lo storico Hubert Jedin ha sostenuto che nello scontro tra papato e movimento conciliare "il vero vincitore fu lo Stato moderno".
Nella sostanza lo scisma favorì la tendenza da parte delle monarchie ad assumere il controllo delle Chiese nazionali.
Quando esplose la Riforma protestante, dunque, l'unità della Chiesa era già incrinata.

Hai bisogno di aiuto in Storia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email