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Partecipazione popolare

L’antico spirito della democrazia greca si ritrova nei comuni italiani, piccole realtà cittadine che si formano
sul finire dell’XI secolo conquistando l’autonomia dal Papato e dall’Impero. Il loro nucleo iniziale è costituito
da piccoli associazioni, le coniurationes, di cittadini che si associano mediante un giuramento che li pone in
una società autonoma contrapposta al potere feudale. Prima di queste associazioni il monopolio del potere
era esercitato dai nobili e dai cavalieri, ma all’inizio del XIII secolo, principalmente nell’Italia centro-
settentrionale), il popolo inizia un movimento di ribellione rivendicando un ruolo nel governo, ma a farlo è
comunque il ceto produttivo della società ( mercanti, esponenti delle Arti o delle Corporazioni, funzionari
nell’ambito giuridico), che stava emergendo portando anche un incremento demografico e di inurbamento.
Inizia una vivace attività civica: il popolo viene riunito in assemblee che prendono decisioni come la nomina
di magistrati o il conflitto con altre città. Si sviluppa un sistema di diversificazione politica grazie a diverse
cariche ed istituzioni, tra gli istituti collegiali più importanti vi sono i consigli degli anziani, del popolo,
l’arengo (assemblee cittadine), le rappresentanze delle Arti e dei mestieri. Le cariche pubbliche di vertice
sono elettive e dalla breve durata. Inizialmente i comuni vengono governati da consoli, ma successivamente
si sviluppa la figura del potestà, autorità politica che proviene dall’esterno della città, in grado dunque di
essere imparziale e non farsi condizionare dalle lotte di fazione. Si sviluppa l’idea che sia il governo a dover
essere al servizio dei cittadini e l’operato del potestà viene controllato sia durante a sua carica annuale, sia
alla fine del mandato, dove invece di ricevere l’ultima rata dell’onorario viene sottoposto al controllo da
una commissione di cittadini apposita.
Per quanto colma di contraddizioni la vita politica generale è dominata dal principio di libertà e aequalitas,
in cui gioca un ruolo chiave l’elezione del governo, invece della sua successione. La legittimità del potere
deve derivare dal consenso che ad esso danno i cittadini liberi ed uguali. La città di Bologna sancirà nel 1257
tramite il “Liber paradisus” la liberazione di tutti i servi e schiavi del contado che vengono riscattato
attingendo alle finanze comunali; nel documento la schiavitù viene paragonata ad un germe capace di
contaminare l’intera città, inoltre si sostiene che la libertà sia un diritto degli uomini poiché la natura li ha
generati liberi e Dio stesso ha mandato il figlio sulla terra per trasmettere questo messaggio (Rousseau dirà
che l’uomo nasce libero, ma è comunque condannato a vivere in catene). Questo documento sancisce una
libertà sia economica che politica; la libertà comunale ha come peculiarità il voler rendere tutti i cittadini
eguali, ma nonostante questo non garantisce la partecipazione politica per tutti, poiché essa è decretata
con l’articolazione della cittadinanza in gruppi e corpi intermedi, che la canalizzano ed organizzano
neutralizzando così il ruolo politico dei lavoratori non qualificati che non possono pertanto far parte di
alcuna corporazione.
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