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Dalla lotta contro Federico Barbarossa i comuni uscirono rafforzati come istituzione. Tuttavia, al loro intento le tensioni sociali, si fecero più evidenti. In particolare l’aristocrazia cittadina, che in passato aveva accolto i mercanti negli organi di governo, incominciò a impedire loro l’accesso al consolato. Consapevoli del loro potere finanziario, i mercanti intendevano governare al fianco dell’aristocrazia su un piano paritario. Nacquero perciò violente dispute con continui scontri di piazza. Per far fronte a tale situazione fu necessario mutare le forme di governo del comune.
In molti comuni, i consoli furono gradualmente sostituiti da un funzionario stipendiato, il podestà. Proveniente da un’altra città, quindi estraneo alle diverse fazioni in lotta, egli era scelto dall’intera collettività e restava in carica per un tempo determinato, con l’obiettivo di garantire la pace. Ad affiancarlo nella sua attività, operavano due consigli cittadini formati da rappresentanti delle famiglie più influenti: un consiglio maggiore e uno più ristretto. Per alcuni decenni questo nuovo sistema di governo diede buona prova di se. A tale riuscita contribuì la rinascita degli studi giuridici, che portò alla stesura e alla pubblicazione degli statuti, ovvero dei codici che fissavano tutte le leggi che regolavano la vita cittadina.

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