Gregorio VII e il Dictatus papae

Dopo la morte di Alessandro II, nel 1073 fu eletto papa a furor di popolo Ildebrando di Soana, che assunse il nome di Gregorio VII; questi approfittò delle momentanee difficoltà del giovane imperatore Enrico IV, causate da una ribellione dei Sassoni, per inviare in Germania i suoi legati e risolvere la situazioni a proprio vantaggio. Tuttavia l'intervento degli ambasciatori suscitò una decisa opposizione dei tedeschi, offesi dai provvedimenti contro la corruzione del clero, interpretati come un'ingerenza di Roma a danno dell'autonomia della Chiesa locale. Il nuovo Papa si affrettò allora a ribadire il proprio pensiero con una lettera enciclica: il Dictatus Papae, documento formato da 27 disposizioni, che rappresentava la manifestazione più alta della tendenza riformatrice interna della Chiesa romana. Gregorio VII ribadiva qui che il Pontefice era il capo della Chiesa universale, il solo in grado di deporre o trasferire i vescovi; era l'unico autorizzato a convocare i concili e le sue decisioni erano inappellabili. Egli non poteva essere giudicato da nessuno ma, al contrario, poteva deporre imperatori e scogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà verso sovrani iniqui: in altre parole il Papa era dichiarato infallibile e la sua autorità maggiore rispetto a quella imperiale.

Sulla base di questo documento Gregorio VII epurò l'episcopato dai prelati corrotti e si impegnò nella lotta contro il concubinato del clero; nel portare avanti questa azione riformatrice incontrò però una dura opposizione da parte dell'imperatore che si vedeva così privata delle sue prerogative, ridotto nella dignità e svilito nella sua autorità. Enrico IV perciò manifestò la sua intenzione di non dare alcun peso al decreto pontificio e nominò vescovi di diocesi tedesche e anche Italiane.

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