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Esclusione dalla partecipazione alla vita politica


La questione di sapere chi ha diritto di partecipare alla vita politica assume una rilevanza maggiore fra la seconda metà del Duecento e l’inizio del Trecento, nel contesto della lotta antimagnatizia, delle lotte di fazione e delle aspirazioni del popolo minuto ad ottenere maggiori spazi nel governo della città. Il principio espresso da Brunetto Latini della Rettorica “Cittade è uno radunamento di gente fatta per vivere a ragione; onde non sono detti cittadini d’uno medesimo comune perché siano insieme accolti dentro ad un muro, ma quelli che insieme, sono accolti a vivere ad una ragione” permette di capire che la partecipazione al governo della città non era intesa come un diritto innato del cittadino, ma giustifica l’esclusione dalla vita politica di varie categorie di persone e porta a un processo di ridefinizione costante della cittadinanza. Occorre innanzitutto distinguere tra le varie possibili forme di esclusione dalla vita politica:

1. esclusione dal Popolo, cioè dalle società di Popolo, è comprensibile se pensiamo, innanzitutto, che per accedervi era necessario fare richiesta di adesione (il cui esito non era scontato) e prestare un giuramento di fedeltà (non difficile da superare, spesso espresso in caratteri molto generici) attraverso cui aderire agli ideali del Popolo;

2. esclusione dalle istituzioni comunali;
3. esclusione dalle più alte cariche;
4. esclusione dai consigli.

Bibliografia:

Progetti di trasformazione della società nei regimi di Popolo, Jean-Claude Marie Vigueur

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