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Dalla prima metà del Trecento si abbatterono sull'Europa una serie di catastrofi naturali, causate dallo sconvolgimento climatico, caratterizzato dalla diminuzione delle temperature e l'aumento delle piogge. Ovviamente l'economia ne risentì: i campi, sommersi dalle piogge non producevano abbastanza risorse per sfamare la popolazione. Pertanto si verificarono una serie di carestie che indebolendo il popolo, resero più facile lo sviluppo e la diffusione di epidemie, tra cui la cosiddetta peste nera che decimò la popolazione e durò fino al 1400.
Il morbo nacque in Asia e venne diffuso in Occidente dai mongoli, dalle rotte commerciali e dalle pessime condizioni igieniche.
L'epidemia ebbe gravi conseguenze anche dal punto di vista sociale: la malattia colpiva qualsiasi ceto sociale e la medicina non era abbastanza sviluppata per salvare gli ammalati che, per questo motivo, venivano abbandonati a loro stessi. Albergava il panico più totale, si credeva che l'epidemia fosse un castigo divino per questo i malati venivano adocchiati come peccatori ed emarginati.

Addirittura, i lebbrosi erano obbligati a indossare campanelli, in modo che si percepisse da lontano il loro arrivo.
La disgregazione sociale dissolveva qualsiasi legame familiare e accentuò le discriminazioni già presenti nei confronti degli eretici, non cristiani, attori, girovaghi, ciechi e malati. Qualsiasi mentalità o personalità in contrasto con i saldi principi cristiani veniva demonizzata ed emarginata poiché rappresentava una minaccia. L'ignoranza e le deficienze mediche attribuirono la causa dell'epidemia agli "untori" che credeva avessero volontariamente diffuso il morbo.

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