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Il controllo dei consigli


Secondo Tanzini (A consiglio: La vita politica nell’Italia dei comuni) eliminare i consigli, che per il signore poteva essere la scelta più rapida per non avere opposizione, sarebbe stato controproducente, perché essi avevano un alto valore simbolico e la loro cancellazione avrebbe provocato, molto probabilmente, una reazione da parte della cittadinanza. Nei casi in cui questo avviene (nella conquista veneziana di Padova e Treviso, a Pisa nei rapporti con Firenze), l’eliminazione è usata come ritorsione nei confronti dell’élite cittadina, come segno di sottomissione ad un’autorità esterna. I signori invece, specialmente se sono signori cittadini (cioè se compiono una scalata sociale interna), non applicano questa tattica, che laddove applicata si dimostra completamente fallimentare. Però, essi cercano di controllare i consigli in diversi modi:

1. ponendosi a capo del consiglio, sostituendosi così al podestà. A Verona, nel 1302 viene proibito al collegio dei gastaldi delle arti di riunirsi senza il permesso di Bartolomeo della Scala.

2. essendo presenti, facendo in modo che il consiglio debba essere convocato e presieduto dal signore. Nel 1327, a Ravenna, gli statuti riformati durante la signoria di Ostasio da Polenta prevedono che i consigli non si possano riunire senza la presenza del signore o di un suo figlio (citato da Zorzi).
3. convocandoli raramente; in questo modo i consigli, da organo deliberativo importante, che veniva convocato spesso perché c’era da decidere, diventano un organo consultivo e il signore, che lo deve presiedere e convocare, semplicemente lo convoca molto di rado. Perciò, anche in questo caso, i consigli rimangono, non vengono soppressi o cancellati, ma di fatto non vengono convocati. In questo caso, Tanzini porta gli esempi dei Malatesta a Rimini e dei Gonzaga a Reggio Emilia. Firenze, fra Due e Trecento, si affida a più occasioni a membri della famiglia angioina come veri e propri signori. Ad inizio Trecento, signore è dapprima Roberto d’Angiò e poi il figlio, Carlo duca di Calabria; quest’ultimo affida il compito di convocare i consigli al suo vicario, il duca Gualtieri di Brienne, che li convocava molto di rado, tanto che i fiorentini esprimono le loro lamentele.
4. scegliendo chi siede in consiglio, o comunque chi lo controlla. Tanzini porta l’esempio di Torino, governata dal conte di Savoia che, attraverso l’ufficio dei clavari, riesce ad influire sulla nomina dei membri dei consigli, che divengono consiglieri a vita.
5. istituendo un giudice sindaco degli ufficiali. A Ravenna, Lamberto da Polenta propone in consiglio che sia creata una carica che controlli l’operato degli ufficiali comunali. Questa proposta è approvata con una maggioranza schiacciante, perché evidentemente il clima era molto teso.

Bibliografia

Le signorie cittadine in Italia, Zorzi

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