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Il Concilio di Costanza

La necessità di ricomporre lo scisma e la volontà di porre un freno agli eccessi del potere papale portarono molti teologi ad affermare che la soluzione andava affidata a un concilio universale. Un primo concilio tenuto a Pisa (1409) non fece però che accrescere la confusione, tanto che si giunse ad avere contemporaneamente tre papi.
Dal 1414 al 1418 a Costanza, per iniziativa dell'imperatore Sigismondo, si radunò un secondo concilio che riuscì a ricomporre lo scisma: i tre papi vennero deposti e al loro posto venne eletto il cardinale Ottone Colonna. Il nuovo pontefice prese il nome di Martino V (1417-1431) e stabilì definitivamente la sede del papato a Roma.
Proprio per giustificare il suo intervento sui papi, il Concilio di Costanza adottò la dottrina della supremazia conciliare. Secondo questa teoria, il concilio è la massima autorità della Chiesa, superiore a quella dello stesso papa.

L'idea che il concilio ecumenico rappresentasse la Chiesa nella sua interezza, e stesse per questo al di sopra del papa, aveva fatto da tempo la sua comparsa negli scritti di importanti teologi, tra cui il filosofo inglese Guglielmo di Occam (1288-1349). In tali scritti si sosteneva che il concilio riceveva il suo potere direttamente da Dio e che dunque a esso spettava l'infallibilità; il papa, invece, era presentato come un semplice ministro di Dio, tenuto a convocare periodicamente il concilio.
Coerentemente con questa impostazione, il Concilio di Costanza approvò un decreto che affermava la superiorità del concilio sul papa (1415), e un altro che impegnava il pontefice a convocare periodicamente il concilio (1417).

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