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Ariberto d’Intimiano


A seguito della decisione di Ottone I di mettere i vescovi a capo dei maggiori feudi, essi diventano molto potenti ed acquisiscono il diritto di possedere anche un esercito per poter difendere il proprio territorio. È così che nel 1018 Ariberto d’Intiminiano viene nominato a capo della diocesi di Milano, una delle più vaste e più potenti diocesi. Il primo problema che egli deve affrontare è la lotta contro i vassalli della sua diocesi che non intendono sottoporsi alla sua autorità. Con molta fermezza, egli ordina alle sue truppe di occupare le città ribelli, fra cui Lodi, costringendole a riconoscere la sua autorità. Nel 1034, addirittura, sostiene l’imperatore Corrado II nella conquista della Borgogna. Riconoscenze per tale servizio, l’imperatore concede a Ariberto altri feudi per cui, d’ora in poi, egli diventa uno dei più potenti feudatari imperiali. L’accresciuta potenza del feudatario di Milano provoca un grande malcontento fra i vassalli della Diocesi che si alleano e gli muovono guerra. Preso alla sprovvista, Ariberto viene sconfitto nel1036 nella battaglia di Campomalo, nelle vicinanze di Lodi. A questo punto, l’Imperatore, pensa di approfittare della situazione sfavorevole a Ariberto ed entra in campo parteggiando per i vassalli, con l’intento di farli dipendere direttamente dall’autorità imperiale. Giunto in Italia, egli ordina ad Ariberto di raggiungerlo a Pavia per poter ridiscutere i legami esistenti tra i feudatari ed i loro vassalli. Tuttavia Ariberto, intuito il vero scopo dell’imperatore non obbedisce. Di conseguenza viene fatto arrestare e rinchiuso in una fortezza di Piacenza.
Ma Ariberto d’Intimiano non si scoraggia; fuggito di prigione, raggiunge Milano dove trova l’appoggio incondizionato del popolo, deciso a lottare contro il potere imperiale. Quando poco dopo le truppe di Corrado II tentato di occupare Milano con ripetuti assalti, le milizie milanesi riescono a reagire violentemente e a respingere il nemicoi Vista l’inutilità di ogni tentativo, Corrado II è costretto ad abbandonare l’impresa dando così al vescovo milanese l’occasione di una significativa rivincita. Alla morte di Corrado II, avvenuta nel 1039, il trono imperiale passa ad Enrico III con cui Ariberto cerca di stringere degli accordi. Tre anni più tardi, contro Ariberto si profila un nuovo nemico: i Milanesi lo attaccano con l’intento di sottrarsi alla sua autorità e alla prepotenza dei nobili e di diventare completamente autonomi. Guidati da Lanzone della Corte, essi costringono il vescovo ad uscire dalla città, ma temendo che l’imperatore intervenga a sostegno di Ariberto, essi preferiscono giungere ad un accordo con lui: viene riammesso in città, ma in cambio esso deve concedere al popolo maggiori libertà, accettando che il governo cittadino sia d’ora in poi retto da un corpo misto di nobili e di popolani.
Ariberto muore nel 1045. Con la sua vittoria contro l’imperatore, ha dimostrato che i comuni italiani erano ormai in grado di far fronte alla potenza imperiale e quindi di potersi sottrarre all’autorità dell’imperatore. Pertanto, all’orizzonte sta apparendo una nuova forza politica: il Comune derivato dalla coscienza di un comune interesse di tutti i cittadini.
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