Repubblica Romana - Invasione dei Galli


Mentre Roma si preparava a risolvere i propri problemi politici e sociali, si verificò un episodio terribile ed imprevisto: nel 390 a.C. circa quarantamila guerrieri Galli, guidati da Brenno, si avvicinarono minacciosi all’Italia centrale.
I Romani ebbero subito coscienza del grave pericolo ed inviarono in fretta e furia un esercito contro gli stranieri; questo esercito venne sterminato dai Galli sulle sponde del fiume Allia, un affluente del Tevere.
Allora a Roma si diffuse il terrore: la popolazione abbandonò la città e si disperse per i campi. La tradizione dice che solo i senatori restarono, coraggiosamente, al loro posto e che un gruppo di soldati superstiti si trincerò sul Campidoglio.
I Galli saccheggiarono e bruciarono la città deserta, dopo avere ucciso i senatori, poi assediarono il Campidoglio. Sempre la leggenda dice che alla fine i Galli pretesero, per andarsene, che i Romani versassero mille libbre (circa 323 chili) d’oro. I Romani però si accorsero che i Galli pesavano l’oro con bilance truccate e protestarono, ma Brenno gettò (sempre secondo la leggenda) la sua pesante spada sul piatto dei pesi, dicendo: Guai ai vinti!
Fortunatamente in quel momento giunse un prode romano, Marco Furio Camillo, il quale, al grido di: — Roma si riscatta col ferro e non con l’oro! — lanciò contro i Galli gli uomini che era riuscito a raccogliere e liberò la città.
In effetti le cose andarono un po’ diversamente: queste leggende patriottiche vennero create dopo, per minimizzare una brutta pagina della storia romana. I Galli, infatti, erano rimasti padroni indisturbati della città, per la fuga precipitosa dei Romani; successivamente i resti dell’esercito romano, riordinatisi, erano riusciti a scacciare da Roma gli invasori, storditi dall’ebbrezza del saccheggio e dai giorni passati a gavazzare.

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