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La propaganda della Prima Guerra mondiale ed il fascismo


La propaganda è l’opera e l’azione esercitate sull’opinione pubblica per diffondere determinate idee, ma anche quel complesso d’idee, e notizie scarsamente attendibili perché volutamente alterate, in quanto con esse si cerca di formare le masse, con lo scopo di esercitare su di esse un controllo e trasmettere un’ immagine distorta della realtà. Il concetto di propaganda e l’utilizzo degli strumenti per metterla in atto da parte di capi, imperatori, leader politici, può essere compreso meglio se analizziamo il periodo del 900. Ed è proprio con la Prima Guerra Mondiale che assistiamo all’attività propagandistica in cui la componente storica è in assoluto la materia dominante; inoltre è da tenere in considerazione che questa divulgazione nel primo conflitto, fu comunque dipendente anche dalla situazione politica del Paese.
Il 28 giugno 1914 uno studente indipendentista serbo-bosniaco, uccise a colpi di pistola l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, e la moglie mentre erano in visita a Sarajevo. L'Austria reagì dichiarando guerra alla Serbia e iniziando una forte campagna mediatica contro di essa e il suo esercito. La guerra di propaganda ebbe il suo culmine nell'accusa alla Serbia di aver partecipato all'organizzazione dell'attentato. In pochi giorni le principali potenze europee entrarono in guerra. La Russia si schierò al fianco della Serbia e intervenne contro l'Austria; la Germania dichiarò guerra alla Russia in difesa dell'Austria poiché parte della Triplice Alleanza. La Gran Bretagna, preoccupata delle mire espansionistiche tedesche, volendo difendere ad ogni costo la sua supremazia, le dichiarò guerra. Si vennero così a trovare Austria e Germania (Triplice Alleanza) contro Russia, Inghilterra e Francia (Triplice Intesa). L'Italia nella fase iniziale del conflitto optò di restare neutrale.
Nel corso del 1915 il dibattito tra i due schieramenti, interventisti da un lato e neutralisti dall’altro, divenne sempre più acceso. Gli interventisti ritenevano che la guerra andasse fatta; poiché bisogna rivendicare il possedimento delle terre italiane di Trieste e Trento e perché il paese sarebbe stato catalogato imbelle, pauroso e non meritevole di considerazione da parte del resto d'Europa. Così si decise di intraprendere una campagna di propaganda attraverso grandi comizi di piazza, manifesti, pubblicazioni, cartoline che avevano lo scopo di convincere il popolo della giustezza della guerra.
Nell’aprile del 1915 una delegazione diplomatica italiana, in accordo con il re Vittorio Emanuele III, senza consultare il parlamento firmò in gran segreto il "patto di Londra" in cui l'Italia entrava in guerra contro l'Austria tradendo la Triplice Alleanza in cambio avrebbe ricevuto, a guerra vinta, concessioni territoriali. Così il 24 maggio del 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria-Ungeria.
Inizialmente l'entrata in guerra fu accolta con grande entusiasmo e molti giovani si presentarono volontariamente per essere reclutati. Grazie alle forze di coercizione esercitate dal movimento propagandista, essa era vista come un modo per ottenere fama e ricchezza.
Rilevante fu anche il fattore prevalentemente economico, in quanto i grandi gruppi industriali che producevano armamenti, avevano il massimo interesse a intensificare il conflitto per ottenere così maggior profitto di vendita, e in accordo con i giornali più diffusi ne esaltavano i vantaggi , mascherando la realtà oggettiva per ottenere il massimo sostegno popolare. La grande guerra segnò la sconfitta delle informazioni, i governi coinvolti nel conflitto mondiale adottarono l’arma della censura per impedire ai giornali di diffondere notizie scomode e che andassero oltre i comunicati ufficiali, circa l’andamento delle operazioni militari, poiché bisognava dare un’immagine della guerra diversa da quella reale.
Erano messe in risalto le vittorie dell’esercito, le azioni valorose e gli atti di coraggio ma purtroppo veniva taciuta la realtà cioè l’orrore delle trincee, la devastante violenza negli assalti e la carneficina di massa alla quale contribuirono le più moderne tecnologie e l’uso di gas velenosi. Nasce così l’esigenza di creare un imponente apparato propagandistico militare che contribuisse a consolidare:
• una rappresentazione esaltante della guerra;
• a creare il mito del “giovane combattente eroico” che s’immola per il bene della patria;
• che si fortificasse il consenso dell’opinione pubblica affinché sostenesse la morale dei soldati al fronte;
• di convertire il proletariato alla guerra;
• infine di influenzare le teorie del nemico;
Così in tutti gli Stati furono diffusi “MANIFESTI” di ogni tipo.
Si faceva quindi, sul dilagante fenomeno di analfabetismo, per mascherare una realtà che fu chiara solo successivamente.
Il popolo iniziava a assumere consapevolezza dei fatti reali attraverso le licenze, lettere e diari che pervenivano dai soldati.
Dopo i tragici fatti di Caporetto – 1917- il popolo chiedeva il ritiro delle truppe, invece furono intensificate e migliorate le opere di persuasione. Lo stesso tragico avvenimento fu spietatamente utilizzato per fare accettare altri sacrifici, sia al popolo sia ai soldati. A questi ultimi furono promessi aiuti alle famiglie e ripartizioni di terre a guerra finita. Le frasi e le immagini utilizzate nei manifesti della propaganda furono sostituite, si vedevano figure femminili imploranti con lo sguardo al cielo, o battagliere che incitano al riscatto, soldati mutilati che hanno dato perfino la propria carne, gambe, braccia, occhi, e che chiedono ora il sacrificio di chi è al sicuro nelle proprie case, bambini coscienziosi che accettano ogni privazione pur di veder ritornare a casa il padre che ha combattuto per la nazione e la libertà.


Quando finalmente la guerra terminò, dal fronte italiano tornarono migliaia di persone disadattate, incapaci di riprendere una vita normale, di svolgere un lavoro e di crearsi una famiglia. Come se non bastasse, la realtà fu diversa da ciò che gli fu promessa, i governi non rispettarono le promesse fatte. In Italia si viveva malissimo vi era un malcontento generale questo fu un input per la formazione di nuovi partiti di massa e organizzazioni sindacali; in questo contesto prende spazio Benito Mussolini che fondò un organizzazione che pur di riportare ordine utilizzava addirittura minacce e violenze. Quest’organizzazione trovava sempre più consenso tra i grandi industriali, si formò cosi un vero partito quello fascista che una volta salito al potere nel 1924 , con metodi assolutamente da condannare (il socialista Giacomo Matteotti venne ucciso, perché voleva denunciare l’illegalità e le violenze fasciste durante l’elezioni) si tolse ogni tipo di maschera uscendo allo scoperto. Sciolse tutti i partiti, abolì i sindacati, il diritto allo sciopero e la libertà di stampa, reintrodusse la pena di morte. Il principale mezzo di propaganda utilizzato per ottenere il consenso fu il controllo sui mezzi di comunicazione di massa.

Nel 1925 Mussolini assunse il controllo dei maggiori giornali italiani e con le “Leggi fascistissime” del 1926 la stampa si ritrovò sottoposta a un rigoroso controllo. Nel 1937 il controllo della stampa fu assunto dal Ministero della Cultura Popolare (Min. Cul. Pop.) che ebbe il compito di censurare tutti quei documenti ritenuti pericolosi e contrari al regime. Il Min.Cul.Pop. ebbe assegnato il compito non solo di accrescere l’entusiasmo intorno alla guerra d’Etiopia e di esaltare il mito del “duce” (così si fece chiamare Mussolini, per rievocare il mito della “romanità” - “dux” in latino sta per capo, guida - ) proposto come simbolo di eleganza e dignità morale , ma anche di proporre il periodo fascista come modello storico di pace e moralità.
Nonostante il controllo attuato dal fascismo, però, alcuni giornali d’opposizione, quali “La Stampa” e “Il Corriere Della Sera” riuscirono a sopravvivere. Nel gennaio 1937 i direttori di sei giornali umoristici furono convocati dal Ministero per la stampa e la propaganda, ricevettero l’ordine di fare apparire come superiori fisicamente e moralmente i fascisti. Agli occhi del regime, infatti, anche la satira aveva il ruolo di modellare l’opinione pubblica. Lo stesso controllo fu attuato nei giornali e libri per bambini i cui argomenti furono legati all’ideologia fascista. Molto diffusa fu, anche, la pubblicazione di manifesti e volantini con slogan e ordinanze, potenti mezzi per suscitare tra le masse pregiudizi e reazioni di paura.
I principali scopi di quest’attività furono, in breve:
• Il controllo sull'immagine pubblica del regime, ottenuto anche con la cancellazione immediata di qualsiasi contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto, o dubbi sul fascismo;
• Il controllo costante dell'opinione pubblica come strumento di misurazione del consenso;
• La creazione di archivi nazionali e locali (schedatura) nei quali ogni cittadino fosse catalogato e classificato secondo le sue idee, le sue abitudini, le sue relazioni d'amicizia e sessuali, le sue eventuali situazioni e atti percepiti come vergognosi.
L’opera di Mussolini fu rigorosa anche nelle istituzioni educative e scolastiche come ad esempio, la GIL, la Gioventù Italiana del Littorio, l’Opera Nazionale Balilla (ONB) e i gruppi universitari fascisti (GUF) che si occupavano dell’educazione del giovane fascista e della formazione della futura classe dirigente affiliata all’ideologia fascista. Il celebre motto della GIL “credere, obbedire, combattere” è testimonianza dell’attività di persuasione e manipolazione attuata anche tra i bambini. Secondo questo principio, l’obiettivo era di creare futuri soldati pronti a obbedire agli ordini e alle direttive provenienti dall’alto. Anche per le donne Mussolini promosse delle iniziative tese alla loro formazione: la donna era istruita nell’economia domestica, nell’educazione all’infanzia, nell’assistenza sociale e nell’educazione alla salute attraverso l’istituzione dell’educazione fisica e dello sport anche per le donne.

“Madri Nuove per figli nuovi” fu lo slogan con il quale il Duce esaltava la funzione sociale della donna (secondo una precisa politica di incremento demografico).
Tra gli anni venti e la metà degli anni Trenta si diffuse, negli USA e poi in Europa, un nuovo mezzo di comunicazione di massa, LA RADIO (Marconi 1895). I giornali avevano il compito di informare su fatti di cronaca, politica, ed economici mentre la radio serviva come intrattenimento. I governi si resero subito conto delle grandi potenzialità della radio come strumento di propaganda politica. Nell’Italia fascista, nel 1925, un decreto fece chiudere tutte le radio private, e affidò all’Unione Radiofonica Italiana (URI), emittente pubblica, il monopolio della radiofonia, quindi divenne uno dei principali strumenti di propaganda fascista. Poiché la radio costava molto, il regime fece installare nelle piazze, dei megafoni affinché i discorsi del Duce potessero essere ascoltati da tutto il popolo. Nelle scuole e nei collegi furono invece installate le radio come strumento di apprendimento dell’italiano.

Grazie alla trasmissione in tempo reale la radio divenne una nuova forma di manipolazione e mistificazione della realtà. Addirittura come sottofondo ai discorsi del Duce erano inseriti lunghi applausi, ovazioni, canti patriottici e fanfare. Tutto questo aveva un effetto propagandistico trascinante e anche chi stava in casa, viveva quei momenti con entusiasmo. Il regime fascista utilizzava come mezzi di propaganda, la pubblicità che invadeva ogni momento della quotidianità senza differenza di età.
Si deduce quindi, da siffatte considerazioni e nozioni, che il periodo fascista è segnato da numerosi strumenti di controllo e manipolazione del popolo, attraverso strumenti, per l’epoca, all’avanguardia e brutale sottomissione tramite azioni violente. Si mette in evidenza, inoltre un percorso di sviluppo dei sistemi propagandistici; dapprima cartoline, manifesti e giornali quindi strumenti elementari che seppur esercitavano un controllo forzato, lasciavano un margine minimo di libertà. Successivamente, con l’ascesa del partito Fascista di Mussolini, tutti i campi della vita erano sotto il vigile controllo della programmazione del partito stesso; le scuole, le poste,il cinema, la musica, la radio e l’ambito lavorativo e privato venivano violati e limitati dalla volontà del Duce.
Ciò che era mostrato al popolo era una realtà filtrata, mascherata e illusoria, modificata sulla base del messaggio che il partito, in quel determinato frangente storico, aveva necessità di mandare.
Agli studenti era inculcata una mentalità, un’ideologia prestabilita, annullando ogni facoltà mentale di pensare liberamente con la propria testa. Il popolo era quindi oggetto di distorsione della realtà, a cui veniva insegnato a guardare la realtà e gli eventi con gli occhi di chi deteneva il potere.

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