Burocrazia nell’Antico Egitto


L’Egitto possedeva una classe di funzionari amministrativi di ottima qualità: essi avevano il genio della ragioneria, e per loro merito nessuno stato al mondo probabilmente ebbe mai un corpo di contabili e ragionieri così numeroso e perfetto come l’Egitto.
Alla testa di tutti stava il vizir. Esso era la più alta autorità di controllo. Immediatamente dopo il vizir venivano i direttori della tesoreria. Le funzioni di questo importantissimo ministero erano esercitate quasi tutte da militari, i quali avevano impiegati subalterni e sorvegliavano l’andamento delle finanze con grande cura.
Non meno importante era la carica di direttore dei granai di frumento: questi aveva il controllo di tutto ciò che produceva l’Egitto agricolo. Ogni anno, in solenne udienza, il direttore dei granai riferiva al faraone l’andamento del raccolto.
Ma al di sotto di queste che erano le cariche supreme della burocrazia, si snodava una coda interminabile di funzionari di tutti i gradi, ognuno col suo titolo rigorosamente segnato e spesso, trasmissibile agli eredi. Nulla sfuggiva a questo oculato corpo di amministrazione: tutto ciò che nasceva dal suolo o veniva pescato nel Nilo era scrupolosamente annotato, numerato, classificato, diviso in parti, secondo le varie competenze. I magazzini dello stato erano colmi di ogni sorta di prodotti, di cui si conosceva nome, numero, peso, qualità, stato di conservazione, momento dl spedizione, storia del viaggio e, finalmente, arrivo a destinazione: tutto ciò chiaramente scritto, firmato, controfirmato; poi sigillato, non da uno, ma da cinque-sei revisori e supervisori.
Nell'amministrazione egiziana tutto gravita intorno al testo scritto: amministrare equivale a scrivere atti e scriba è equivalente di funzionario.
Per questa ragione ogni settore dell'amministrazione ha una vera legione di scrivani: perfino l’esercito fra gli alti ufficiali annovera uno scriba delle truppe. Come se tutto ciò non bastasse, ogni funzionario di una certa importanza ha un suo scriba privato.
Anche nel diritto amministrativo egiziano vigeva il principio: ciò che non può essere provato con uno scritto non esiste. Perciò si comprende la meticolosità con cui ogni documento viene redatto; mai, nelle lettere d' affari, si omette di aggiungere in calce Ia frase seguente: “conservate la mia lettera, affinché in avvenire vi serva come giustificazione”.
Degli atti di compravendita si fanno più copie, ciascuna delle parti interessate ne possiede una, debitamente autorizzata dal tribunale, il quale, a sua volta, ne possiede una terza.
Anche il fisco non rilascia la minima quota, in denaro o in natura, senza un mandato di pagamento scritto.
Ad esempio certi funzionari, oltre allo stipendio, ricevevano ogni anno una determinata quantità di legna da ardere: ma non se ne faceva niente se non presentavano al capo dei magazzini un documento scritto dal quale risultasse il loro diritto, e l’autorizzazione scritta dal direttore di tesoreria.
A ragione, perciò, l’Egitto antico può esser detto il regno della burocrazia e della contabilità.
Non c'è atto in fondo al quale lo scriba che Io ha compilato non aggiunga la postilla di servizio da copiare, oppure rimane agli atti, oppure da mettere in archivio.
In quest'ultimo caso il documento viene trasmesso al conservatore in capo dei libri dell'amministrazione competente: qui verrà conservato in grandi anfore, come in veri e propri archivi. Ognuna di queste anfore, una volta al completo verrà sigillata, con il contenuto scritto sulla pancia, e poi catalogata scrupolosamente come un raccoglitore moderno.
Pare che, dopo qualche tempo si facesse una revisione generale di tutto questo materiale per ricopiare eventualmente ciò che si fosse deteriorato. In caso di sottrazione di documenti vicino alla scritta esterna sull'anfora veniva aggiunta la postilla “manca” oppure “illeggibile”.

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