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«Provai tanto dolore leggendo la vostra cara lettera sentendo che voi pensate troppo a me era ben meglio che non vi motivassi niente perché certo voi vivete molto nel dolore. Ma vi prego non rattristarvi che io sto proprio meglio e mangio anche volentieri e faccio tutti i miei mestieri da sola non sono proprio come l'anno scorso forse sarà che avendo il dolore della vostra assenza non ascolto il male come l'anno scorso perché è un gran dolore anche il pensare a voi.» Questa lettera della moglie al soldato Giuseppe Silvestrelli è solo un puntino in mezzo a quel quadro complesso che è la Grande Guerra, una guerra lunga nella sua relativamente breve durata, nuova con le sue armi tecnologicamente sofisticate, una guerra che da “guerra di movimento” quale era stata progettata all'inizio, si trasforma in “guerra di logoramento” per chiunque vi partecipi come civile e, specialmente, come soldato. Le trincee erano fosse nel terreno, lunghe decine di chilometri, fortificate in più punti, protette da armi sofisticate e filo spinato, nelle quali tutto ciò che accadeva assumeva l’aspetto di un surreale incubo, dovuto all'assurdità delle caratteristiche di queste fosse. Innanzitutto, i soldati dovevano sopravvivere ad una vita di stenti, in mezzo al fango e agli escrementi, esposti alle intemperie. Tra le pulci, i topi, l’odore dei cadaveri in putrefazione e degli escrementi, i soldati uscivano solo per attaccare il nemico, per trasportare materiali, o per scavare le gallerie sotterranee, veri e propri labirinti senza luce né aria che da un momento all'altro avrebbero potuto trasformarsi in trappole mortali. La distanza tra le trincee nemiche, inoltre, era brevissima, ridicola nel momento in cui due soldati nemici allungando un braccio avrebbero potuto toccarsi. Questa situazione era così fuori dal normale, che persino i soldati, in certi casi, si rifiutavano di combattere, come ci dice Anna Bravo nella Conta dei salvati. Oltre a queste circostanze di miseria, rese meno pesanti solo dalle portatrici, donne che rischiavano la propria vita salendo le montagne per portare cibo, biancheria pulita, armi, conforto e pace ai soldati in trincea, non dobbiamo dimenticare le condizioni psicologiche affrontate dai soldati: la nostalgia era un sentimento che accompagnava perennemente il soldato, e non solo nei confronti della famiglia o della donna amata, ma anche nei confronti della propria casa, del proprio lavoro, che permettevano loro di mantenere una dignità e una personalità, caratteristiche che si perdevano totalmente, una volta in trincea; essi dovevano fare i conti in ogni istante con la paura di morire, fino a diventare totalmente insensibili verso qualsiasi lume di ottimismo; la tensione psichica necessaria per effettuare rapide decisioni era deleteria per la loro salute mentale e fisica e li portava ad una stanchezza impensabile che dovevano in ogni caso superare per proseguire nel combattimento. Le azioni che avevano sempre svolto per scelta e propria volontà , si trasformavano in azioni involontarie, meccaniche, quasi inconsce, volte al minor dispendio possibile di energia. I soldati di trincea combattevano o per rassegnazione, o per imposizione da parte dei superiori, oppure per solidarietà nei confronti dei compagni, nata non tanto per un’amicizia passata, ma per un sostanziale appiattimento della personalità che i soldati subivano nel momento in cui si trovavano insieme in trincea e dovevano necessariamente condividere gli stessi patimenti e sentimenti. Questo rapporto tra i compagni e, soprattutto, quello con i nemici, ha determinato il crollo definitivo di quell'idea di guerra cavalleresca che aveva caratterizzato le contese antiche e che avrebbe dovuto caratterizzare anche la Grande Guerra, in quanto l’onore e il rispetto delle regole hanno lasciato il posto al caos più totale, che univa involontariamente i combattenti in una sorta di macchina singola che procedeva contro il nemico. Questi aspetti che identificano la Grande Guerra hanno avuto delle conseguenze forti sia sulla mente di chi vi ha partecipato, sia sull'ambiente che l’ha ospitata: innanzitutto, una guerra di trincea, in cui ci si può sparare a dieci metri di distanza, ha provocato una morte di massa che ha totalmente annullato la figura dell’individuo (si pensi al Milite Ignoto); in secondo luogo, le conseguenze psicologiche della guerra sono state terribili per i soldati: molti hanno perso la propria capacità di decisione individuale, lasciandosi trascinare dagli avvenimenti e diventando così passivi nei confronti degli istinti e degli stimoli esterni, altri sono giunti alla follia, convivendo con allucinazioni e perdite di controllo; infine ciò che, forse meglio di ogni altra cosa, ha registrato gli avvenimenti della Grande Guerra, è la natura: essa è stata profondamente modificata nell'aspetto, con resti di trincee sulle alture, materiali di guerra sparsi ovunque, frammenti di filo spinato, proiettili non esplosi, tutti caratteri che hanno conferito al paesaggio naturale un’artificialità prima assente.

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