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L'unificazione italiana

L'insuccesso delle rivoluzioni democratiche del 1848, 1849 ebbe come conseguenza il ristabilirsi degli antichi regimi negli Stati italiani. Le politiche repressive, tuttavia, non furono sufficienti ad eliminare il nuovo spirito nazionalista e costituzionalista italiano. Nel Lombardo-Veneto si accentuò il disaccordo tra borghesia liberal-moderata ed il governo austriaco; lo Stato Pontificio ( Pio IX ) ed il Regno delle Due Sicilie ( Ferdinando II di Borbone ) rafforzarono le proprie politiche repressive divenendo così due tra gli Stati più arretrati d'Europa; il Regno sabaudo ( Vittorio Emanuele II ), invece, adottò politiche più liberali, mantenendo in vigore lo Statuto Albertino ed apprestandosi a diventare una moderna monarchia parlamentare. Il governo sabaudo, presieduto da Massimo d'Azeglio, emanò le leggi Siccardi con lo scopo di regolamentare i rapporti tra lo Stato e la Chiesa. Le leggi Siccardi prevedevano:

1. l'abolizione del foro ecclesiastico, il tribunale che giudicava i reati commessi dal clero.
2. l'abolizione del diritto d'asilo nei luoghi consacrati perché, fino ad allora, erano esclusi dalla giurisdizione dello Stato;
3. la riduzione delle festività religiose che divennero sei;
4. il controllo e l'autorizzazione da parte del governo sulle transazioni di beni effettuate da enti morali ed/od ecclesiastici;
5. l'abolizione della censura ecclesiastica sulle pubblicazioni.
Le leggi Siccardi scatenarono un ampio dibattito nel corso del quale si distinse la figura di Camillo Benso conte di Cavour. Negli anni della sua giovinezza venne avviato alla carriera militare ma, dimostrandosi poco idoneo, intraprese un lungo viaggio di studi che lo portò a far sue le teorie del liberismo economico. Ritornato in Italia si occupò dell'azienda agricola a conduzione familiare, diventando poi uno tra i fondatori della Banca di Torino. In seguito abbracciò la carriera politica, diventando uno fra i leader dei moderati e, dopo, ministro dell'economia e del commercio sotto il governo d'Azeglio. In occasione del suddetto dibattito, il conte di Cavour decise di stringere un'alleanza con i democratici di Rattazzi mediante una sorta d'accordo definito ironicamente dall'opposizione: “connubio”, mediante il quale vennero allontanati dal parlamento gli esponenti più radicali della destra e della sinistra in modo da conferire a quest'ultimo un maggiore equilibrio e per poter attuare le sue politiche.
Nel 1852, in seguito alle dimissioni di Massimo d'Azeglio, Cavour divenne primo ministro.
Secondo lui, adoperando delle politiche economiche di stampo liberale e rinnovando le infrastrutture politiche ed economiche, sarebbe stato possibile rendere il Regno sabaudo una tra le maggiori potenze europee ed un'ottima alternativa al governo asburgico.
Le riforme non si fecero attendere e, per prima cosa, il potere del Parlamento venne incrementato, affidandogli il controllo e l'approvazione del bilancio dello Stato e affiancandolo all'Imperatore nel controllo del governo.
Per quanto riguarda l'economia, vennero ridotte le tariffe doganali, attirando così investimenti dall'estero, in particolare dai Paesi economicamente più avanzati come l'Inghilterra.
Per agevolare l'attività imprenditoriale, Camillo Benso, istituì le Casse di risparmio locali che, avendo una profonda conoscenza del territorio amministrato, avrebbero potuto facilmente finanziare le imprese situate nelle regioni interessate dalla riforma. Venne anche istituita una Banca nazionale, con lo scopo di controllare il debito pubblico, i rapporti economici con l'estero e la circolazione monetaria.
Le infrastrutture agricole ed industriali vennero potenziate; il Vercellese venne canalizzato, rendendo coltivabili oltre 30 ettari di terreno e, nel 1859 vennero prolungate le tratte ferroviarie che raggiunsero una copertura territoriale di 850 chilometri, contro gli 8 del 1848.
A Genova gli scali commerciali vennero separati da quelli militari.
Al debito pubblico ereditato dalle precedenti legislazioni, sulle quali gravavano soprattutto debiti di guerra verso gli austriaci, si andarono ad aggiungere le ingenti spese per potenziare l'apparato burocratico ed economico del Paese, e, con il conseguente aumento del peso tributario, venne a sussistere una forte opposizione interna. Nel 1855 l'opposizione, rappresentata soprattutto da cattolici, avanzò una forte protesta in quanto il conte di Cavour cercò di abolire gli ordini ecclesiastici, giudicati da lui stesso socialmente inutili. Camillo Benso presentò le sue dimissioni, ma poco tempo dopo, a causa della mancanza di una maggioranza parlamentare, venne richiamato a governare dal sovrano; ciò comportò che la riforma per l'abolizione degli ordini sacerdotali venne approvata e vennero soppressi oltre 300 conventi.
Nel frattempo Mazzini tentava di riorganizzare le reti clandestine dei rivoluzionari in Italia e all'estero, dopo i ripetuti fallimenti che si susseguirono tra 1848 e 1849. Mazzini e i rivoluzionari tentarono nuovamente di insorgere nel 1853 a Milano senza però avere successo. In seguito all'ultima disfatta, Mazzini si convinse che il movimento dei rivoluzionari avesse bisogno di essere rinnovato e rafforzato, così fondò il Partito d'Azione che assunse la forma di un'organizzazione elitaria. Un membro di questa organizzazione, Carlo Piscane, riteneva che Mazzini non avesse prestato la giusta attenzione alla questione del Meridione, per cui, insieme ad alcuni rivoluzionari, tentò, nel 1857, di provocare un'insurrezione a Sapri, dove però, lui ed il suo gruppo, vennero denunciati alla polizia e la ribellione venne decimata. Piscane, ferito, si diede la morte.
I movimenti democratici avevano perso la loro forte influenza sulla popolazione dal momento che il Regno sabaudo si era rivelato un'ottima alternativa a quello asburgico.
Cavour fece del suo meglio per riunire sotto il Regno sabaudo i rivoluzionari democratici che si erano allontanati da Mazzini dopo i suoi numerosi fallimenti, in quanto il suo scopo era quello di unificare l'Italia sotto la corona sabauda. Per riuscire nel suo intento, Cavour, nel 1857, favorì la nascita della Società Nazionale a cui aderirono in molti, tra cui gli ex sostenitori di Mazzini, come Giuseppe Garibaldi. Cavour sapeva che, da solo, il Regno sabaudo non sarebbe mai riuscito a scacciare gli austriaci dall'Italia per cui tentò di stringere accordi politici e militari con altri Paesi europei. Partecipò quindi, a fianco di Napoleone III, nella guerra di Crimea.
La Francia vinse la guerra, per cui Cavour ottenne di partecipare alla conferenza di pace di Parigi, durante la quale ebbe modo di descrivere la situazione italiana in tutta la sua gravità.
Cavour fece appello agli altri Paesi d'Europa per estirpare il dominio asburgico in Italia in quanto era la causa dei movimenti rivoluzionari democratici, tra cui quello di Mazzini, che destabilizzavano le corone europee.
Cavour ottenne la simpatia dell'Inghilterra ma soprattutto di Napoleone III che vedeva nel Regno sabaudo la possibilità di ristabilire il proprio potere in Italia.
Nel 1858, Napoleone III riuscì ad scampare ad un attentato tesogli da una ex mazziniano: Felice Orsini.
Cavour prese la palla al balzo e riuscì a convincere Napoleone III che quell'attentato fosse frutto dell'esasperazione dovuta alla presenza asburgica in Italia e l'Imperatore francese decise di incontrarsi segretamente con Camillo Benso a Plombières per stabilire con lui un accordo militare per estirpare il potere asburgico dall'Italia. Nella località francese i due decisero che:
1. al Regno sabaudo sarebbe spettato il Lombardo-Veneto;
2. alla Francia sarebbero state assegnate Nizza e Savoia;
3. l'Italia centrale, tra cui alcuni domini papali, sarebbe stata affidata a Gerolamo Bonaparte;
4. per quanto riguarda l'Italia meridionale non giunsero ad alcun accordo definitivo;
5. per risarcire il Papa della perdita di alcuni dei territori sotto la sua giurisdizione, gli sarebbe stata proposta la presidenza della futura Confederazione degli Stati italiani.
Napoleone III, però, era disposto ad aiutare Cavour nella sua impresa solo se la guerra tra Regno sabaudo ed Austria fosse stata iniziata da quest'ultima; così Camillo Benso movimentò le truppe sabaude lungo i confini con l'Impero asburgico in modo tale da provocare una reazione di quest'ultimo.
Il 26 aprile 1859 Cavour riuscì nella sua impresa e l'Austria dichiarò guerra al Regno sabaudo.
L'esercito franco-piemontese ebbe da subito grande successo, con le vittorie di Magenta, Milano, San Martino e Solferino e, nell'Italia centrale, scoppiarono rivolte organizzate dalla Società Nazionale.
In modo del tutto improvviso, Napoleone III decise di interrompere l'attività delle truppe francesi in Italia e di firmare con l'Austria l'Armistizio di Villafranca; ciò fu dovuto al fatto che: in Francia i cattolici conservatori premevano per far terminare il conflitto con l'Impero asburgico; sul piano internazionale, la Francia era malvista dagli altri Paesi europei perché questo aiuto fornito al Regno sabaudo appariva come un piano espansionistico di Napoleone III ed, in fine, l'imperatore francese era contrario alle rivolte organizzate nell'Italia centrale dalla Società Nazionale in quanto l'annessione di queste ultime al Regno sabaudo non era stata prevista nel patto di Plombières.
Con l'Armistizio di Villafranca la Lombardia venne assegnata al Regno sabaudo, il Veneto all'impero asburgico mentre l'Italia centrale ritornò ai vecchi domini.
Cavour, contrario all'armistizio si dimise e le redini del governo sabaudo vennero affidate a Rattazzi e La Marmora che però non seppero gestire la complicata situazione e Cavour ritornò in carica.
Napoleone III si accordò con Cavour per far sì che Toscana ed Emilia Romagna fossero state annesse al Regno sabaudo mentre Nizza e Savoia sarebbero spettate alla Francia.
Il 22 maggio 1859 morì l'Imperatore Ferdinando II di Borbone a cui succedette suo figlio Francesco II. Poco tempo prima i mazziniani Rosolino Pilo e Francesco Crispi organizzarono una rivolta a Palermo. Francesco Crispi si appellò a Garibaldi affinché sbarcasse in Sicilia con dei volontari.
Cavour si mostrò contrario all'iniziativa mentre Vittorio Emanuele II lasciò fare e Garibaldi, con all'incirca mille volontari, partì da porto di Quarto a Genova alla volta di Marsala.
Questa impresa prese il nome di “Spedizione dei Mille”.
Garibaldi e il suo esercito sbarcarono l'undici maggio, dopodiché si susseguirono eventi decisivi all'unificazione dell'Italia, resi possibili anche grazie al sostegno popolare. Innanzitutto, Garibaldi, si proclamò dittatore dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II a Salemi; a Calatafimi sconfisse l'esercito borbonico e conquistò definitivamente l'isola arrivando a Milazzo.
I contadini siciliani avrebbero voluto che l'esercito garibaldino avesse fatto sì che i terreni coltivabili fossero stati redistribuiti equamente tra di loro, ma così non fu, per cui scoppiarono numerose rivolte tra cui quella di Bronte, con la quale venne occupato il municipio cittadino e venne fatta razzia dei terreni di proprietà dei latifondisti.
La rivolta terminò quando il console inglese che si occupava dei terreni della famiglia Nelson pensò che questi ultimi sarebbero stati bersagliati dai rivoltosi e si appellò a Garibaldi affinché ponesse fine alla rivolta. Garibaldi fu costretto a organizzare un contingente militare, guidato dal generale Bixio, che represse la rivolta.
In seguito a questi spiacevoli eventi Garibaldi ed i mille sbarcarono in Calabria ed in poco tempo liberarono Napoli dagli occupatori borbonici.
A questo punto l'esercito piemontese iniziò la discesa verso l'Italia meridionale in quanto Cavour aveva il timore che il governo provvisorio di Garibaldi potesse trasformarsi in una minaccia per il Regno stesso.
L'esercito sabaudo attraversò e conquistò l'Italia centrale mantenendosi sempre a debita distanza da Roma ed il 26 ottobre, a Teano, Garibaldi e l'imperatore si incontrarono ed il condottiero si sottomise formalmente a quest'ultimo.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato re d'Italia dal Parlamento Piemontese.
Urgeva dare all'Italia un nuovo assetto politico, tenendo conto delle differenze sociali e culturali del Paese. Le posizioni assunte dai parlamentari erano prevalentemente due: federaliste e centraliste.
Al fine di evitare un'eventuale acquisizione di eccessiva autonomia da parte degli stati federali, si optò per un assetto centralista.
L'intenzione dei parlamentari era quella di non contaminare in alcun modo quelli che erano gli ordinamenti piemontesi originali, per cui l'Italia venne, per così dire, piemontesizzata, in quanto ereditò dal regno sabaudo gran parte delle sue istituzioni.
Riguardo alle istituzioni, l'assetto centralista della nuova Italia unita richiese di dare origine ad una nuova figura: quella del prefetto.
Il prefetto era il cardine dell'amministrazione civile ed aveva numerose mansioni e facoltà: dirigere la sanità provinciale, supervisionare il corretto funzionamento delle amministrazioni locali, garantire l'ordine pubblico, dirigere i lavori pubblici locali, prendere provvedimenti urgenti autonomamente.
Il 6 giugno 1861 Cavour morì e le redini del governo vennero assunte da Urbano Rattazzi e Bettino Ricasoli, massimi esponenti della cosiddetta destra storica. La classe politica era composta per di più da esponenti delle classi più agiate. Alla destra si contrapponeva la sinistra, di stampo più democratico. La sinistra era per l'estensione del diritto di voto e per l'intervento dello Stato in economia e nei problemi di carattere sociale. I due schieramenti di pensiero erano sostenuti da classi sociali omogenee, in quanto il diritto di voto apparteneva solo ad una ristretta fetta della popolazione nazionale di quel tempo.
Per quanto riguarda l'economia, la destra storica si pose in linea di continuità con le iniziative liberali di Cavour. Innanzitutto venne adottata un sistema monetario comune a tutto il Regno, dopodiché venne creato un mercato unico interno abolendo le dogane, ma ciò distrusse l'economia meridionale che non seppe reggere il confronto con quella settentrionale.
Un altro obiettivo della destra di Rattazzi e Ricasoli fu quello di ristabilire il pareggio di bilancio; affinché questo fosse possibile, venne ridotta la spesa pubblica ed aumentate le tasse, soprattutto quelle indirette, tra cui quella sul macinato, per non compromettere in alcun modo la ricchezza delle classi più agiate. Dopo non molto tempo in Italia venne a sussistere un forte malcontento ed il governo cadde passando al controllo della sinistra.
Oltre alla questione fiscale, l'Italia risentiva di quella meridionale. I contadini del sud ebbero una profonda delusione in seguito all'unificazione d'Italia, in quanto non ottennero la tanto sperata riforma agraria che li avrebbe liberati dai soprusi e dallo sfruttamento che esercitavano su di loro i latifondisti. L'Italia, infatti, nacque da una sorta di compromesso tra l'alta borghesia settentrionale e i latifondisti meridionali ai quali fu promesso che nulla sarebbe cambiato.
Questa grave situazione portò alla nascita del brigantaggio come forma di riscatto sociale. I gruppi di briganti erano composti perlopiù da contadini e beneficiavano di un vasto appoggio popolare nel meridione, in quanto la popolazione del sud percepiva lo Stato come una sorta di nemico e non tollerava la leva militare e l'istruzione scolastica obbligatori.
Questa situazione venne affrontata in maniera molto superficiale con le leggi Pica che imposero lo stato di occupazione militare in tutto il meridione.
In Sicilia, in gruppi di brigantaggio si organizzarono in modo da dar vita alla mafia.
La situazione meridionale venne affrontata scrupolosamente solo a partire dagli anni Settanta dell'Ottocento con l'analisi del caso da parte di rinomati studiosi.
Venne aperta anche un'inchiesta da parte dei due deputati Franchetti e Sonnino che evidenziò lo stato di arretratezza e di ingiustizia sociale del meridione.
Nel contempo la prerogativa del governo italiano era quella di annettere i territori non facenti ancora parte dell'Italia: Trentino Alto Adige, Lazio, Veneto e Friuli Venezia Giulia.
La prima questione affrontata fu quella romana, in quanto si voleva fare di Roma la nuova capitale d'Italia, dopo Torino. Il problema era che Roma, essendo di proprietà del Papa, Pio IX, godeva della protezione da parte di Napoleone III. Garibaldi, incurante di tutto ciò e notando l'esitazione del governo, organizzò una spedizione di volontari che partì dalla Sicilia. Napoleone III ammonì formalmente Vittorio Emanuale II che ritenne come migliore soluzione quella di reprimere la spedizione con un intervento militare italiano. I garibaldini e l'esercito mobilitato dal Re si scontrarono sull'Aspromonte, i primi vennero sopraffatti e Garibaldi fu arrestato. Lo scandalo provocò la caduta del governo.
Il primo ministro Minghetti cercò un dialogo con Napoleone III mediante la Convenzione di settembre, un trattato con il quale il governo italiano rinunciava alle mire espansionistiche che riguardavano Roma, e la Francia avrebbe dovuto richiamare le sue truppe in patria entro due anni.
Nel frattempo la capitale venne spostata a Firenze nel 1865 e ciò portò a numerose manifestazioni in piazza, represse poi nel sangue, nella precedente capitale, Torino.
Intanto si trovò il modo di risolvere la questione veneta. L'Italia approfittò del conflitto austro-prussiano schierandosi in aiuto della Prussia e chiedendo in cambio Il Veneto. L'esercito italiano venne sconfitto in numerose battaglie, tra cui quella di Custoza e quella navale di Lissa, tuttavia l'esercito prussiano riuscì a sopraffare quello austriaco e l'Italia ricevette il Veneto in seguito alla pace di Vienna.
Garibaldi tentò nuovamente di assediare Roma, ma Vittorio Emanuele II permise alle truppe francesi di reprimere la spedizione garibaldina, così Garibaldi venne sconfitto a Mentana.
La situazione cambiò improvvisamente in seguito al conflitto tra Francia e Prussia e alla disfatta di Napoleone III. Il governo italiano ne approfittò e negò i principi stabiliti nella Convenzione di settembre e i bersaglieri italiani, capitanati dal generale Cadorno assediarono la città.
Pio IX si ritirò nei palazzi vaticani senza alcuna intenzione di dialogo con il governo e il Lazio venne annesso mediante un plebiscito. Nel 1871 la capitale divenne ufficialmente Roma.
Per risarcire il Papa, il governo impose unilateralmente al papato la legge delle guarentigie, cioè delle garanzie, che faceva sì che lo Stato del Vaticano mantenesse la proprietà dei palazzi vaticani, di Castelgandolfo, del Laterano e che percepisse una rendita dallo Stato italiano.
Di tutta risposta il Papa emanò la disposizione del Non expedit, non conviene, che esortava i cattolici a non partecipare attivamente alla vita politica italiana.

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