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Sciopero generale nazionale del 1904

Questa situazione degenerò nel 1904, anno in cui Giolitti dovette fronteggiare un evento che la società borghese giudicò inconcepibile e traumatizzante: il primo sciopero generale nazionale che fu anche il primo in Europa. Questa gravissima e tormentata decisione fu presa dai sindacalisti e dal Partito socialista per reazione a una serie di stragi di contadini avvenute nel sud e nelle isole.
La notizie dell’ultimo e più impressionante eccidio, quello di Buggerru in Sardegna, arrivarono a Milano, sede centrale delle Camere del lavoro, proprio mentre nell’arena napoleonica della città si svolgeva un’affollatissima assemblea dedicata alla discussione di questi problemi. Lo sdegno si impadronì di tutti i convocati e i dirigenti capirono che bisognava rompere gli indugi, ma le posizioni erano molto differenziate: il partito socialista era il più tiepido, perché pensava che le organizzazioni dei lavoratori non fossero ancora mature per sostenere una sfida del genere; i sindacalisti era molto più accesi, ma divisi circa l’obiettivo dello sciopero: la caduta del governo Giolitti, la richiesta di una legge sul disarmo delle Forze armate in occasione dei conflitti di lavoro o il preludio di una rivoluzione? La decisione finale che fu presa fu quella di scioperare.

Il 16 settembre incrociarono le braccia i lavoratori del nord: niente tram a Milano, Genova era al buio, Torino era attraversata da cortei, i negozi erano chiusi, gli stabilimenti erano fermi, le attività erano bloccate nelle campagne. Poi lo sciopero si estese a tutta la penisola e viene visto come uno scioperò che sembrò bloccare l’Italia. Man mano che lo sciopero si diffondeva, fu bloccata l’erogazione del gas, i ristoranti erano a corto di camerieri, i porti venivano bloccati, a Venezia si fermavano i vaporetti, i giornali cessavano di uscire. Roma, Alessandria, Parma, Varese, Ancona, Livorno assunsero l’aspetto di città fantasma.
Lo sciopero si concluse il 21 settembre, quando un gruppo di deputati socialisti si impegnò a presentare una proposta di legge contro l’uso delle armi nei conflitti di lavoro. L’impatto dello sciopero generale fu fortissimo, perché era la prima volta che nelle città una manifestazione di lavoratori interessava gli abitanti nelle loro attività quotidiane e dimostrava che, quando i lavoratori si univano, erano in grado di paralizzare il sistema, il quale era fortemente influenzato dalla classe borghese.
Giolitti approfittò di questa situazione di disagio in seno all’opinione pubblica,sSciolse il Parlamento e indisse nuove elezioni a novembre, con l'obiettivo di indire nuove elezioni allo scopo di mettere fuori gioco i socialisti che persero numerosi seggi. Era una svolta nell'ambito della sua politica che fu caratterizzata quindi prima dall’alleanza con le forze della sinistra e poi dal tentativo di contenere il mondo del lavoro.

Dopo lo sciopero generale, nacque, nel 1096, la CGIL (Confederazione Italiana Generale del Lavoro). Intanto la situazione sociale si aggravava. Nel 1907 una nuova crisi economica internazionale rallentò l’economia italiana, provocando l’inasprimento delle lotte salariali particolarmente dure nelle campagne tanto che, a seguito degli scioperi agricoli del 1908 a Parma e a Ferrara, i proprietari emiliani istituirono addirittura un corpo armato volontario e i proprietari terrieri di altre zone del Paese diedero vita a leghe organizzate di resistenza.
Contemporaneamente anche gli industriali cominciarono a riunirsi, costituendo delle associazioni padronali che nel 1910 si unirono formando la Confindustria (Confederazione Italiana dell’Industria), la quale elaborò anche una forma di risposta allo sciopero dei lavoratori: la serrata, ovvero la chiusura degli stabilimenti con la conseguente perdita della paga giornaliera degli operai.

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