Il capitalismo organizzato che nacque tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento determinò la spersonalizzazione delle imprese, ciò significa che non erano più singoli industriali identificabili con nome e cognome a gestire le industrie.
Nella prima fase della rivoluzione industriale, la produzione era rimasta legata alle conoscenze individuali dei lavoratori e dei padroni: l’imprenditore controllava di persona il processo produttivo e, spesso, egli stesso era l’inventore delle macchine che utilizzava. In seguito, con la crescita dell’industria, gli stabilimenti si trasformarono in grandi strutture articolate, nelle quali le fasi produttive erano complicate e diversificate. La produzione, quindi, erano costituite da una serie di processi svolti in modo meccanico e legati tra loro, ognuno dei quali doveva permettere lo svolgimento delle operazioni produttive in un determinato lasso di tempo.
Man mano che crebbe il numero degli operai ed il lavoro divenne sempre più dipendente dalle macchine, fu fondamentale il mantenimento della disciplina all’interno della fabbrica, così nacque la figura dell’ingegnere della produzione, che si poneva tra l’imprenditore, sempre meno coinvolto nella produzione e gli operai ed era delegato alla gestione dell’impresa.

I nuovi tecnici erano addestrati per essere efficienti e studiavano nei politecnici, al fine di acquisire le competenze necessarie per lo svolgimento delle funzioni.
Sul piano dell’organizzazione tecnica, la Germania era il paese che con maggiore rapidità si svincolò dall’arretratezza e, per fare ciò, organizzò anche il sistema dell’istruzione dando importanza alla preparazione tecnico-industriale, ma furono gli Stati Uniti a dare un’impronta razionalizzata e produttivistica al sistema industriale. Anche qui si ebbe l’inserimento degli ingegneri nelle aziende e la preparazione scolastica e superiore dette importanza alla tecnica, ma a differenza della Germania, la razionalizzazione della produzione non riguardò solo l’innovazione delle macchine e dei processi, ma anche l’organizzazione del lavoro umano.
Su quest’ultimo punto, un ruolo di fondamentale importanza fu svolto dall’economista Frederich Winslow Taylor. Il suo progetto pose in primo piano la spersonalizzazione dell’azienda, in modo da rendere l’imprenditore e l’azienda stessa indipendenti dalle qualità individuali del lavoratore e da trasferire alla direzione dell’impresa la conoscenza ed il controllo di tutto il lavoro in fabbrica. Con la spersonalizzazione dell’attività, l’operaio non era più l’artigiano padrone dei segreti professionali e dei suoi tempi; non era più importante la preparazione individuale e la fantasia, infatti nell’opera Principi di organizzazione scientifica (1911), Taylor considera come primo principio della razionalizzazione la funzione cronometrica delle operazioni e la classificazione statistica dei tempi, per giungere all’elaborazione di norme e leggi che stabilissero il modo più produttivo di lavorare, attraverso la divisione delle operazioni in una successione di movimenti semplicissimi (catena di montaggio).L’imprenditore poté controllare in tal modo il lavoratore in tutte le fasi del lavoro e non era dipendente dalle conoscenze dell’artigiano
La pianificazione del lavoro in azienda si basava sulla separazione dell’attività di ideazione da quella d’esecuzione e prevedeva il trasferimento del sapere dell’operaio dalla “propria mente” agli uffici della direzione d’azienda. I manager sapevano che la maggior parte delle conoscenze tecniche necessarie per far funzionare la fabbrica era patrimonio degli operai, perciò Taylor, nell’opera prima citata ha scritto: gli operai si sono impadroniti della loro conoscenza tramandandosela di bocca in bocca…si può dire che questa massa di conoscenza spicciola e tradizionale sia la principale risorsa che ciascun operaio di mestiere possiede…I capi reparto e i sovrintendenti sanno, meglio di chiunque altro, che le loro conoscenze e le loro capacità personali non riescono ad essere all’altezza di quelle degli operai alle loro dipendenze. I quadri medi delle imprese, quindi, avevano la giustificazione d’essere nelle aziende per la loro capacità di fare proprie le competenze degli operai e di renderle norme generali di facile apprendimento ed applicazione, attribuendole il carattere della scientificità.
Il taylorismo non si occupava solo delle tecniche di produzione, ma voleva essere una teoria anche sociale. Facendo leva sulla scientificità delle sue intuizioni, Taylor riteneva che col suo metodo fosse possibile eliminare il conflitto di classe, realizzando il benessere generale con l’aumento della produttività e della ricchezza sociale, ma la reazione operaia al taylorismo fu dura perché la riorganizzazione tayloristica prevedeva, oltre alla spersonalizzazione del lavoro, il rigido controllo della forza lavoro e la perdita d’acquisto dell’operaio.
Il sistema di Taylor mirava ad eliminare dal processo produttivo i “tempi morti” e, lo stesso economista ha scritto: L’abitudine di fingere di lavorare è talmente diffusa che ben difficilmente si trova in uno stabilimento un solo operaio che non dedichi gran parte del proprio tempo a studiare fino a che punto egli può rallentare il ritmo di lavoro.
Si può affermare che nel sistema taylorista l’attenzione sia volta all’uomo, mentre la tecnica è considerata un apriori. La possibilità di dividere scientificamente le mansioni, di calcolare con precisione i tempi di lavoro, aprì la strada, come già scritto, al sistema produttivo della catena di montaggio, che rappresenta la massima forma di sottomissione dell’uomo alla macchina e di costrizione all’esecuzione del lavoro. Con la catena, è la macchina a determinare i ritmi di lavoro e la successione delle operazioni.
La catena di montaggio fu utilizzata per la prima volta dall’industriale americano di automobili Henry Ford nel 1913, per la produzione della Ford T. Ford incarna lo spirito dell’imprenditore che, è guidato dallo spirito del successo e dell’efficienza concepiva la fabbrica come il regno dell’azione economica e razionale, dominata dalla logica e dalla tecnica. Amava ripetere: Non è necessario che gli uomini si amino l’un l’altro per stare insieme al lavoro. Quando siamo al lavoro, dobbiamo essere al lavoro; ed ancora: Una grande azienda è realmente troppo grande per essere umana…Essa diventa più grande e più importante degli individui .
Per quanto riguarda la considerazione che Ford aveva degli operai e degli effetti psicologici della nuova riorganizzazione del lavoro, può essere utile la lettura della seguente frase riportata nel suo diario: Il lavoro sempre ripetuto .., l’esecuzione di una cosa sempre uguale…ha per molti spiriti una prospettiva terrificante. Essa è terrificante anche per me…ma per molti spiriti, oserei dire per la maggioranza di essi, il ripetere sempre della stessa operazione non è affatto motivo di raccapriccio. La verità è che per certi tipi di cervelli il pensare è proprio una pena.
Anche se Ford aumentò lo stipendio degli operai a 5 dollari nel 1914, questi si opposero all’utilizzo del nuovo sistema produttivo e concepirono la catena di montaggio come uno strumento brutale di lavoro e di controllo ed elevato era il numero degli operai che abbandonavano la fabbrica, ma erano prontamente sostituiti. Una cronaca dell’epoca ci spiega che chiunque poteva riconoscere gli operai Ford sui tram che li portavano a casa di notte.Tutti quelli che avevano resistito al sonno ed erano caduti addormentati erano operai Ford…La domenica, gli operai Ford si addormentavano per strada, mentre andavano in chiesa.

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