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L’impresa di Fiume


Tutto sommato, l’Italia era uscita dalla Prima guerra mondiale abbastanza rafforzata per due motivi: aveva raggiunto i suoi confini naturali e il suo nemico , l’Impero Asburgico, era stato ridotto all’impotenza.
Con il Patto di Londra del 10915, firmato fra Italia, Francia, Russia e Italia, prima che quest’ultima entrasse in guerra, si prevedeva che in caso di vittoria, l’ Italia avrebbe annesso il Trentino, il Sud Tirolo fino al Brennero, la Venezia Giulia, l’Istria, con esclusione di Fiume, nonché la Dalmazia e alcune isole del mar Adriatico. Non si tenne conto che la Dalmazia era abitata in maggioranza da slavi e che a Fiume la prevalenza degli abitanti era di origine italiana che invece restavano sotto il dominio asburgico. Il dilemma era questo: o rispettare integralmente il Patto di Londra, inspirato al principio dei confini naturali o applicare il nuovo principio delle nazionalità. La delegazione italiana che partecipò alla conferenza di pace di Versailles del 1919 propose di rispettare alla lettera il Trattato di Londra ma in virtù del nuovo principio di nazionalità chiese di aggiungere Fiume.
Il presidente degli Usa, Wilson manifestò il suo dissenso nei confronti della richiesta italiana e per protesta i ministri Orlando e Sonnino, che facevano parte della delegazione, abbandonarono i lavori e rientrarono in Italia dove furono accolti da imponenti manifestazioni patriottiche. Un mese dopo, però, dovettero ripresentarsi alla conferenza di Versailles, senza ottenere alcun risultato.
Questo insuccesso fu la causa delle dimissioni del governo Orlando che fu sostituito da Francesco Saverio Nitti. Quando quest’ultimo giunse al governo, trovò una situazione notevolmente peggiorata perché l’opinione pubblica era chiaramente ostile nei confronti degli ex.-alleati che venivano accusati di aver defraudato l’Italia di un proprio diritto. Anche la classe dirigente manifestava scontento nei confronti della classe politica perché considerata incapace di tutelare gli interessi della nazione.
Fu allora che Gabriele D’Annunzio cominciò a parlare di “vittoria mutilata”. Nel 1919, comandati da Gabriele D’Annunzio, alcuni volontari occuparono la città di Fiume e ne proclamarono l’annessione all’Italia che durò 15 mesi. A Fiume D’Annunzio istituì un governo provvisorio (= Reggenza del Carnaro) che trovò ilo consenso di nazionalisti, dei sindacalisti rivoluzionari, di esuli di varia provenienza che protestavano contro le clausole dei trattati di Versailles e di avventurieri di ogni tipo. Si pensò anche di organizzare una marcia su Roma con l’intento di cacciare il governo. In quei mesi, a Fiume, per la prima volta, si ebbero anche delle adunate collettive di tipo coreografico e contatti diretti fra il capo e la folla,tutte iniziative che caratterizzeranno il periodo fascista degli anni seguenti. Il problema di Fiume fu risolto dal Trattato di Rapallo del 1920.
L’Italia rinunciava alla Dalmazia che passava alla Jugoslavia da poco costituitasi, ma conservava la città di Zara e da parte sua, l’Jugoslavia rinunciava ad ogni rivendicazione sull’interno dell’Istria. Fiume restava: città libera, cioè conservava la propria fisionomia italiana con alcune facilitazioni alla Jugoslavia per il suo sbocco a mare

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