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Tema storico: I problemi economici e sociali dell'unificazione


Nonostante l’Italia avesse vinto la guerra di indipendenza, era ben lontana dalla creazione di uno stato unitario. Il paese era profondamente disunito, a quel tempo le forze democratiche si ispiravano all’idea del decentramento, per cui lo stato si sarebbe affidato ad enti autonomi locali, come comuni e province, ed avrebbe esercitato le sue funzioni indirettamente. Ma tale impostazione venne abbandonata e si adottò il modello opposto, ispirato al sistema francese, quello del centralismo, che prevedeva il potere politico concentrato negli organismi centrali dello stato. Il territorio venne scisso in province amministrate da prefetti e in comuni controllati da sindaci di nomina prefettizia. Si impose il Piemontesismo, un termine con cui si indica la supremazia del Piemonte nei confronti delle altre regioni italiane. L’accentramento dello stato venne attuato in conseguenza ai gravi problemi che l’Italia affrontava a quel tempo, fra cui la questione della lingua. Il neo stato era diviso da tutti i punti di vista, a partire da quello culturale. La quasi totalità della popolazione si esprimeva nel proprio dialetto, il che rendeva complessa la comunicazione fra le varie popolazioni.
Ma il paese era diviso anche sotto altri aspetti. Le comunicazioni e gli scambi erano poco efficienti. in quanto ogni regione aveva la propria moneta ed il proprio sistema di pesi e misure. Inoltre non esisteva una rete stradale e ferroviaria che collegasse le varie parti del paese.
L’analfabetismo, a sua volta, aggravava la situazione. Il 78% della popolazione, 90% nel meridione, non sapeva né leggere né scrivere. A questo proposito venne estesa a tutto il paese la legge Casati, in vigore nel Piemonte preunitario, che stabiliva l’istruzione elementare obbligatoria. Ma questa legge non ebbe il successo sperato: infatti, dopo dieci anni, la maggior parte della popolazione continuava ad essere analfabeta.
Dal punto di vista agricolo, l’Italia centro-meridionale era estremamente sottosviluppata: i sistemi di produzione erano di stampo arcaico e gli investimenti produttivi erano esigui. Nell’Italia settentrionale, la situazione si presentava migliore: la piccola e media azienda agricola era i modelli più diffusi e l’agricoltura si basava prevalentemente sulla mezzadria, un contratto agrario con cui il proprietario del fondo e il mezzadro si associano per la coltivazione del terreno al fine di dividerne i prodotti e gli utili.
Per molti aspetti, fra i quali la limitata disponibilità di capitali e la scarsità di materie prime, l’industrializzazione procedeva a rilento. Il Sud era molto meno sviluppato rispetto al Nord. Ad aggravare la situazione fu l’eliminazione delle barriere doganali che mandò in fallimento numerose attività, incapaci di far fronte alla libera concorrenza.
Questa situazione di miseria e povertà aveva delle conseguenze negative pure sulle condizioni igienico-sanitarie. Le abitazioni erano insalubri e non adatte perfino a soddisfare le più elementari necessità della popolazione. Era diffusa la pellagra, una malattia causata da una dieta povera di vitamine, il colera, di origine infettiva, ed il tifo, causato da una scarsa igiene e dalla mancanza di un sistema fognario. Inoltre, nelle zone paludose come in quelle della Bassa Veronese, della Maremma, del Polesine e delle Paludi Pontine, si diffuse la Malaria. Quest’ultima è causata dal Plasmodio, un parassita che viene trasmesso al corpo umano attraverso la puntura di una zanzara infetta. Le mutazioni dell’emoglobina come la Talassemia proteggono dalla Malaria, ma possono avere delle conseguenze negative nei soggetti con un alto livello anemico. Non è un caso che, in certe zone paludose come quelle sopra citate, la Talassemia sia molto diffusa.
L’Italia, ereditando la condizione finanziaria degli stati annessi, si trovò in una profonda crisi aggravata notevolmente dalle spese sostenute per le guerre per l’unificazione. Dal 1861 al 1880 si registrò una stasi demografica, un fenomeno per il quale la popolazione di uno stato non aumenta. Le campagne, poverissime, e le stesse città, in cui mancava spesso una classe borghese ben strutturata, non erano in grado di costituire un mercato profittevole e per questo motivo non era possibile dare il via a una ripresa economica di rilievo.
Passando all’organizzazione dell’esercito, questa era poco efficiente per la difficoltà di armonizzare i diversi contingenti, provenienti dagli stati preunitari. Ad aggravare la situazione, la volontà di integrare nell’esercito regio i volontari garibaldini, malvisti da molti per via del loro spirito repubblicano. Venne introdotto il servizio militare obbligatorio che privò le famiglie, specialmente quelle contadine, di importanti fonti di reddito.
Per concludere, vorrei proporre alcuni spunti di riflessione. Al giorno d’oggi, problematiche come quelle dell’analfabetismo o delle scarse condizioni igienico-sanitarie sono state debellate dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana. Gli scambi sono aumentati notevolmente, la comunicazione fra regioni non è più un problema. Inoltre agricoltura e industria sono settori ormai ampiamente sviluppati. Nonostante questo, l’Italia vive oggi una profonda crisi: il tasso di disoccupazione è uno dei più alti d’Europa e gli stipendi diminuiscono gradualmente. Mentre la classe media si restringe, si allarga il divario fra i pochi ricchi e i milioni di poveri. L’economia ristagna, ma ciò è inevitabile: gli italiani non possono sostenere l’economia nazionale se manca la componente fondamentale, la disponibilità di reddito in moltissime famiglie.

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