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Il 1848 è un anno di grandi rivoluzioni in Europa, l’anno in cui l’assetto disegnato a Vienna sembra crollare. Le prime rivoluzioni scoppiano a Vienna (13 marzo), Budapest (15 marzo) e Praga. Dopo la rivoluzione di Vienna, dove furono soprattutto gli studenti e gli operai a insorgere, Metternich scappò e trovò rifugio a Londra. L’imperatore Ferdinando fu costretto a cedere e convocò l’assemblea costituente. Anche in Italia si ebbero delle ripercussioni: il 17 marzo i veneziani, sostenuti dagli operai del porto, presero d’assalto la prigione di Venezia e liberarono Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, due figure molto importanti per la politica. Pochi giorni dopo, rivoluzioni scoppiarono anche a Milano (5 giornate). La figura più importante delle 5 giornate di Milano fu Carlo Cattaneo. A Milano era di stanza Radetzky, un generale austriaco; gli austriaci non riuscirono a domare i milanesi, che avevano occupato e barricato le strade, e si ritirarono nel quadrilatero (zona che aveva ai vertici Verona, Peschiera, Mantova e Legnago). Altre insurrezioni si manifestarono nei ducati di Modena e Parma e in Sicilia. Grazie a queste sollevazioni popolari l’idea di sottrarsi al governo austriaco si stesse realizzando.

Intervengono tre figure importanti: Garibaldi, che cerca di organizzare un corpo di volontari, Mazzini, che si trovava in esilio e, appresa la notizia della liberazione di Milano, lascia Londra e si reca a Milano, abbandona il suo programma politico sciogliendo la Giovane Italia e decide di appoggiare una guerra contro l’Austria per la liberazione del lombardo-veneto e di tutto il territorio italiano, e il re Carlo Alberto, che più che liberare l’Italia vuole estendere i territori di casa Savoia. Dopo molti tentennamenti, Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria. Colleziona molti successi in Lombardia, ma i Lombardi non lo accolgono come un liberatore, perché Milano era già stata liberata: il re avrebbe dovuto dichiarare guerra all’Austria tempo prima, ma dato che aveva aspettato, ormai era inutile. La dichiarazione di Carlo Alberto spinge molti sovrani dei regni italiani a dare sostegno al suo esercito: allora, Leopoldo, Pio IX e Ferdinando di Borbone (Firenze, Roma, Napoli), di fronte alla situazione, inviano truppe regolari a sostegno di Carlo Alberto. Sembrava che le idee di Gioberti stessero veramente diventando realtà.
Pio IX, però, poco dopo l’inizio della guerra, decide di ritirare le truppe perché sarebbe stata una guerra fra cattolici. Inoltre, il Papa non può diventare il capo di una confederazione italiana, perché, essendo il capo della cristianità del mondo, non può anche assumere i poteri di una presidenza degli stati italiani. Anche gli altri due sovrani seguirono l’esempio del Papa e ritirarono le proprie truppe, cosi che Carlo Alberto si ritrovò solo con il suo debole esercito. Quando giunsero i rinforzi da Vienna, Radetzky poté riprendere l’iniziativa militare: lanciò un’offensiva e sconfisse in più battaglie le truppe piemontesi. La battaglia più importante si svolse a Custoza. Carlo Alberto, invece che fermarsi a difendere Milano, preferisce tornare nel regno di Sardegna, abbandonando quindi tutte le conquiste fatte. Viene firmato l’armistizio fra piemontesi e austriaci, che il generale Salasco firmò per conto di Carlo Alberto, ormai impresentabile: con questo armistizio i piemontesi si impegnavano ad abbandonare le terre lombarde e a mantenere il Ticino come confine tra Austria e Sardegna. Questo significa che Milano e Venezia tornano austriache e la prima guerra di indipendenza fallisce.
Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II, dopodiché si reca ad Oporto in Portogallo, in esilio. Nel regno di Sardegna rimane lo statuto albertino.

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