Il partito popolare

Il Partito Popolare entrò nella vita politica italiana con un appello rivolto a "tutti gli uomini liberi e forti" da Don Luigi Sturzo, primo segretario e promotore del partito insieme con esponenti del mondo cattolico, tra i quali Alcide De Gasperi; si dichiarò non confessionale, ma divenne ben presto l'organizzazione di riferimento del Cattolicesimo politico e anche delle molte forme di attivismo cattolico, come quella delle parrocchie e delle diocesi. La creazione del Partito avvenne su basi di massa, in concorrenza con il Partito socialista, e rappresentò l'ingresso ufficiale dei Cattolici in politica dopo il non expedit di Pio IX. Il programma predicava in politica estera il disarmo e, in politica interna, fra le altre cose, il suffragio universale (quindi anche alle donne e agli analfabeti), una riforma agraria e alcuni altri punti programmistici progressisti. Nella pratica, però, il Partito popolare seguì solo in parte le sue più avanzate enunciazioni, poiché al suo interno coesistevano tendenze politiche molto diverse, tanto che ci fu chi lo descrisse come un albero con le radici proletarie, il tronco borghese e le fronde aristocratiche; proprio la capacità di raccogliere attorno a sé più classi sociali permise loro il successo alle elezioni del 1919 (100 seggi), soprattutto nelle campagne, dove sottrasse molti voti ai socialisti. I popolari non aderirono al programma di Giolitti e rifiutarono ogni tipo di alleanza e di collaborazione con Giolitti.

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