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Mafia in Sicilia

Impegnato nella lotta al terrorismo politico, lo Stato si disinteressò, durante gli anni di piombo, al problema della mafia in Sicilia, che, negli anni Settanta, come ci dice lo stesso Falcone, “si è trasformata nella potenza che è oggi”.
Fra gli anni Cinquanta e Sessanta, gli appartenenti alle “famiglie” di Cosa Nostra, erano riusciti ad intrecciare legami con molti politici e ad ottenere molti appalti pubblici. Nel 1963, a seguito di un attentato a danni di una decina di Carabinieri, lo Stato decise di intervenire, creando un’apposita Commissione anti-mafia e riuscendo a limitare notevolmente il potere dell’organizzazione mafiosa.
Durante gli anni di piombo, però, la mafia poté riprendere tutto il potere che le era stato tolto: iniziò con il contrabbando di sigarette, per poi arrivare al traffico internazionale di droga.

Il 3 aprile 1982 venne nominato prefetto di Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che aveva dimostrato tutte le sue capacità nella lotta alle Brigate Rosse. In Sicilia, però, Dalla Chiesa non ebbe tutto l’appoggio delle istituzioni, necessario per svolgere pienamente il suo compito. Compreso che il generale non godeva delle simpatie di tutti, la mafia sfidò lo stato uccidendo Dalla Chiesa, la moglie e il loro autista il 3 settembre dello stesso anno.
Malgrado queste minacce, la lotta alla mafia continuò, e un gruppo di magistrati di Palermo,tra cui Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, intensificò le proprie indagini, riuscendo a far arrestare decine di “picciotti”. Giovanni Falcone venne ucciso il 23 maggio 1992 nella “Strage di Capaci”, mentre Paolo Borsellino fu ammazzato il 19 luglio 1992 nella “Strage di via D’Amelio”. Le loro vite sono state stroncate, ma queste due figure hanno sicuramente segnato una svolta e hanno profondamente modificato l’approccio della popolazione siciliana nei confronti dei clan mafiosi.

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