Questo appunto contiene un allegato
Giolitti, Giovanni - Vita e periodo storico scaricato 1 volte

Giovanni Giolitti


All’inizio del secolo l’Italia va incontro ad un promettente sviluppo delle sue strutture economiche, politiche e sociali; il decollo industriale ed economico, nel giro di un quindicennio, trasforma il paese da paese agricolo in paese agricolo-industriale. Un notevole balzo in avanti lo fece l’industria siderurgica, che prosperava anzitutto sulle commesse dello stato; ma anche altre industrie come la chimica, meccanica, tessile, ed idroelettrica, in questo periodo aiutate dal protezionismo statale, hanno un notevole incremento.Nella pianura lombarda l’incremento produttivo interessò anche l’agricoltura, nella quale confluirono notevoli capitali, da estensiva si trasformò in intensiva, grazie anche all’introduzione di macchine, semi pregiati e concimi chimici, diffondendo contemporaneamente lavoro salariato fisso od avventizio L’incremento dell’industria, inoltre, assorbiva gran parte della mano d’opera, creando correnti migratorie dalla campagna alla città od interregionali. Nel Meridione l’arretratezza dei sistemi di coltivazione, la sopravvivenza dei latifondi con vincoli feudali e soprattutto la mancanza d’investimenti nel settore contribuivano a mantenere le condizioni di vita del contadino al limite della sopravvivenza. Al contadino meridionale si aprivano due prospettive o emigrare, spesso anche oltreoceano, o sottostare a condizioni economiche e sociali durissime. L’incremento produttivo industriale ed agricolo là dove si era verificato, non aveva beneficiato solo gli imprenditori, ma in una minima parte anche gli operai che si videro accresciuto il potere d’acquisto del proprio salario, ma soprattutto si crearono organizzazioni di lavoratori che facilitarono una presa di coscienza classista. Ciò non significa che non si ebbero lotte sociali, anzi proprio all’inizio del secolo in tutta la pianura Padana e specie nel mantovano ad opera di una grande crisi agricola, l’intervento protezionistico dello stato non era bastato ad arginarla, si ebbe un’ondata di scioperi soprattutto agricoli,ma anche industriali, che si ripercossero per alcuni anni, portando a duri scontri tra lavoratori e forze dell’ordine, lasciando a volte anche morti o feriti. Di fronte a queste agitazione il nuovo ministero Zanardelli-Giolitti assunse un nuovo atteggiamento: gli scioperi anziché reprimerli con la forza, furono tollerati, purché fosse assicurato l’ordine pubblico. Si ha un atteggiamento nuovo nella classe dirigente influenzata dal pensiero del Giolitti. Fu ministro degli interni dal 1901 al 190 nel gabinetto Zanardelli, dominò in pratica la politica italiana fino al 1914 sia direttamente come presidente del Consiglio (novembre 1903- marzo 1905- maggio 1906- dicembre 1909- marzo 1911- marzo 1914) sia per mezzo di uomini a lui fedeli durante i brevi periodi in cui a bella posta lasciò la direzione del governo per riprenderla poco dopo nel momento per lui più opportuno. si parla di periodo “giolittiano” proprio per indicare il peso che il grande statista assunse durante tutto il quindicennio. Ispirandosi alle tradizioni di liberismo democratico egli intese lo stato come arbitro imparziale nei conflitti di classe. Dall’osservazione dei paesi più avanzati si rese conto che il movimento operaio e dei contadini non poteva essere affrontato con successo reprimendolo nel sangue, ma lo stato e la borghesia italiana più avanzata dovevano aprirsi ad un confronto con socialisti e sindacalisti.Egli nel discorso del 1901 afferma:”io non temo le forze organizzate,temo assai di più quelle inorganiche, perché su di esse nulla può l’azione del governo legittimamente, se non la forza… nessuno può illudersi di impedire alle classi popolari di conquistare la loro parte di influenza economica e politica. Bisogna persuadere con i fatti che le classi popolari nelle attuali istituzioni possono trovare risposte legittime alle loro richieste politiche e sociali.” Egli si sforzò di comprendere la difficile realtà di quegli anni, in cui l’Italia si avviava al decollo industriale e si affacciavano sulla scena le masse operaie e contadine, da questo moto ascendente restava completamente escluso il Meridione. Quando nel 1904 lo sciopero paralizzò Milano egli non intervenne con l’esercito contro i manifestanti, gli bastò garantire l’ordine pubblico, aspettò che il movimento si esaurisse da solo. Dalle elezioni di quello stesso anno, le forze estremiste, nel segreto delle urne, furono punite. Anche la chiesa preoccupata per il pericolo di sovversione sociale, autorizzò i cattolici a partecipare alla vita del governo in forma personale.Il programma politico di Giolitti, in questo modo in comincia a prendere corpo nel senso di isolare l’ala rivoluzionaria del partito socialista ed allargare la base parlamentare all’ala riformatrice capeggiata da Turati, ma nel contempo far partecipare alla vita politica del paese anche i cattolici, che dal non expedit erano comunque rimasti isolati. L’allargamento della base parlamentare assicurava sia l’appoggio alle scelte politiche del nostro, sia una maggiore rappresentanza del popolo italiano. Giolitti si propone, infatti, di rafforzare lo stato rendendo le sue strutture più moderne, adeguate al momento di crescita industriale che si sta verificando che sta completamente cambiando il volto alla società. Con Giolitti si ha il passaggio da un regime liberale conservatore ad uno liberale progressista infatti :”per la politica interna io ritenevo arrivato il momento di avviarsi ad un più decisivo e pratico esperimento dei criteri democratici…..Le inclinazioni democratiche della Sinistra si erano per lo più sfogate nel fare una politica popolare di spese…….La sinistra democratica era pur sempre espressione della borghesia, sia pure minuta in confronto a quella degli ottimati …specie lombarda…….Io pensavo che fosse arrivato il momento di prendere in considerazione gli interessi e le aspirazioni delle masse popolari e lavoratrici,…Il malessere economico che grava su tutto il paese si ripercuoteva essenzialmente sulle classi popolari la piccola borghesia;…l’affacciarsi di nuove dottrine politiche quali il socialismo che facevano presa sulle folli..che preoccupavano le classi dirigenti ed il Parlamento. La principale questione era se questi problemi potevano risolversi col regime di libertà o con la forza…. Osteggiare questi movimenti non avrebbe avuto altra conseguenza che rendere le classi lavoratrici nemiche dello Stato,…il cui compito invece avrebbe dovuto essere di tutore imparziale di tutte le classi di cittadini… Nei conflitti di classe finalmente lo Stato si presentò come semplice tutore delle leggi lasciando che le forze sociali trovassero da sé quell’equilibrio che corrispondeva alle rispettive funzioni e capacità di lotta;attraverso i prefetti il governo si limitava ad una semplice funzione mediatrice. “Il periodo della politica reazionaria, aveva avuto l’effetto assai grave di turbare il libero gioco delle forze economiche, nella domanda ed offerta di lavoro e di salari”.Giolitti si rivolse a Turati perché partecipasse al suo secondo ministero; questi rifiutò poiché considerò non conveniente compromettere il partito socialista nella collaborazione col governo.In questo secondo ministero (1903-o5) Giolitti riuscì a varare l’importantissimo provvedimento di nazionalizzazione delle ferrovie in “un momento decisivo della vita economica del paese…avviata verso un grande incremento… del quale i grandi mezzi di comunicazione erano uno degli strumenti ad un tempo più necessari ed efficaci”. La decisione fu felicemente portata a termine era necessaria perché l’iniziativa privata movendosi secondo l’ottica del tornaconto dei gruppi finanziari non provvedeva ai reali bisogni pubblici del paese, sia perché le società delle ferrovie private allo scader delle concessioni,temendo di non averne di nuovo il rinnovo avevano da tempo abbandonato ogni lavoro di manutenzione, riducendola in condizioni pietose. L’economia italiana in quegli anni andava incontro ad un rapido processo d’espansione e certamente non solo per merito del governo, bensì tra un nuovo ciclo di prosperità mondiale. Fu cura del governo però attuare fin dove possibile lo svecchiamento giuridico-politico dello stato per renderlo più efficiente e consono alle nuove necessità. Furono perciò varate varie leggi sociali: un’energica azione governativa ridusse notevolmente i casi di morte per pellagra e per la malaria; il consumo del grano pro-capite aumentò, aumentò la percentuale di reddito spesa in beni non essenziali, anche nelle campagne; i depositi delle Casse di risparmio raddoppiarono; aumentarono le scuole e gli insegnanti, l’analfabetismo diminuì e la frequenza nelle scuole aumentò; le spese per l’’istruzione triplicarono. I salari cominciarono a salire; contemporaneamente furono ridotte le ore di lavoro; fu creata una commissione per l’emigrazione; furono imposte ulteriori restrizioni al lavoro dei fanciulli e delle donne nelle fabbriche. Furono approvate leggi speciali per la protezione dei lavoratori dell’industria del tabacco e per migliorare le condizioni di vita dei braccianti stagionali delle risaie. Fu istituita la Cassa assicurazione sugli infortuni e di previdenza per la vecchiaia, che dai soli contributi volontari, ricevette sovvenzioni statali. Tentò di strappare le assicurazioni sulla vita alle compagnie private per monopolizzarle ed i proventi avrebbero finanziato le pensioni di vecchiaia e d’ invalidità, per creare uno “stato sociale”, ma le resistenze del capitale privato impedirono questo disegno e Giolitti dovette ripiegare sulla creazione dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (IINA). Fu imposta, nelle industrie, una vacanza settimanale di ventiquattro ore consecutive normalmente di domenica. Furono portate a termine alcune opere pubbliche come il traforo del Sempione, l’acquedotto pugliese, la bonifica delle zone di Ferrara e Rovigo. Giolitti, inoltre, mise alla prova la fiducia dei risparmiatori portando la conversione della rendita nazionale dal tasso d’interesse dal 5% al 3,75% e ciò consentì un forte risparmio sugli interessi da pagare annualmente: la fiducia nella solidità dello stato era tale che pochi chiesero il rimborso delle somme sottoscritte. La lira arrivò ad essere quotata sul mercato internazionale sopra l’oro e ad essere preferita alla sterlina. Infine la riforma del suffragio universale concesse il diritto di voto ai cittadini di sesso maschile che avessero superato il 21° anno d’età che sapessero leggere e scrivere o che avessero assolto il servizio militare, o a tutti i maschi analfabeti che avessero superato i trent’anni. Il suffragio universale si può considerare un po’ la meta a cui tendeva il programma politico del nostro, infatti scrive lo stesso Giolitti “ non era più possibile che in uno stato sorto dalla rivoluzione e costituito dai plebisciti, dopo cinquant’anni dalla sua formazione si continuasse ad escludere dalla vita politica la classe più numerosa della società, la quale dava i suoi figli per la difesa del paese, e sotto forma di imposte indirette concorreva in misura larghissima a sostenere le spese dello Stato”. In questo periodo, bisogna ricordare il travaglio interno che formazioni politiche attraversavano come il partito socialista che tra l’alternarsi tra la corrente riformista rappresentata da Turati la corrente rivoluzionaria massimalista capeggiata da Labriola, cerca di trovare la sua identità cioè la sua giusta collocazione nel governo e tra le massi popolari. Infatti nel congresso di Bologna del 1904 si ebbe il prevalere dell’ala rivoluzionaria e si ebbe lo sciopero generale nello stesso anno. Nel congresso di Firenze del 1908 prevalse la corrente riformista che espelse dal partito i sindacalisti rivoluzionari. In questo attacco i turatiani ebbero l’appoggio della C.G.L.(Confederazione Generale del Lavoro nata nel 1906). Nel congresso del 1912, prevalse di nuovo la sinistra del partito capeggiata da Benito Mussolini che fece espellere i riformisti. Mussolini diventato, poi, direttore dell’”Avanti” assunse sempre più posizione rivoluzionaria ed antiparlamentare.Nel 1910 si tenne a Firenze il I° congresso nazionalista dove la guerra fu salutata “sola igiene del mondo” e condannata tutta “la immonda genia dei pacifisti”. Nasce l’ANI (associazzione nazionalista italiana) che dopo aver cacciato la minoranza democratica il movimento si configura come estrema destra parlamentare, reazionaria, antiliberale, antisociale, imperialistica e corporativistica.
L’apertura che aveva segnato il pontificato di Leone XIII, fu seguita da un atteggiamento di intransigenza dal nuovo pontefice Pio X che condannò decisamente il modernismo e furono decisamente spinti all’opposizione i gruppi cattolici che avevano cercato di dare vita ad un programma di democrazia cristiana: Trovarono appoggio nelle gerarchie ecclesiastiche , quei cattolici che cercarono una silenziosa collaborazione con la classe dirigente: Nelle elezioni del 1909 in settantadue collegi fu sospeso il non expedit e sedici candidati furono eletti con la formula “cattolici deputati” e non “deputati cattolici”. Il sistema di Giolitti tendeva ad allargare la base parlamentare sia estendendo il diritto di voto; sia cercando di attirare nella maggioranza del governo non solo le forze democratiche-progressiste, ma anche le moderate-conservatrici rappresentate dai cattolici. Per Salvemini la politica di Giolitti:”…è stata sempre conservatrice per mezzo dei condottieri dei partiti democratici: sia lusingandoli e addomesticandoli per via di attenzioni individuali sia, quando si tratta di uomini disinteressati conquistandoli con riforme le quali non intacchino seriamente gli interessi economici e politici dei gruppi dominanti nel governo…”In effetti egli si può giustamente considerare erede legittimo del trasformismo che però evolve con lui in “clientelismo”. Il suo operato ebbe sempre il consenso della Camera, però bisogna sottolineare che la maggioranza parlamentare, sulla quale basò il suo governo, era formata da uomini che condividevano le sue idee, ma anche da deputati che egli riusciva a legare a sé attraverso concessioni di favori, appalti per lavori pubblici, pressioni amministrative soprattutto a Sud. Infatti sempre il Salvemini che lo taccia di “ministro della malavita” …”approfondisce e consolida la violenza e la corruzione dove rampollano spontanee dalle miserie locali…L’onorevole Giolitti non è certamente il primo uomo di governo dell’Italia una che abbia considerato il Mezzogiorno come terra di conquista aperta ad ogni attentato malvagio…Giolitti non inventò i costumi elettorali dell’Italia meridionale..né approfittò con freddo metodo, con totale mancanza di scrupoli e con profondo disprezzo per chi si prestava al suo gioco… (i costumi elettorali)li trovò e li lasciò nell’Italia settentrionale quali si andavano via via migliorando. Li trovò cattivi, e li lasciò peggiori, nell’Italia meridionale”. Di queste ombre nel suo operato il grande statista sembra esserne consapevole tanto che per giustificarsi ricorre alla famosa e cruda immagine: ”un sarto per tagliare l’abito di un gobbo, deve necessariamente fare la gobba anche al vestito”. Le ombre s’infittiscono quando si scende ad osservare l’operato sul Meridione. E’ vero che egli ha emanato delle leggi speciali per il Mezzogiorno, ma è anche vero che favorì la modernizzazione del paese tutto a danno dell’economia essenzialmente agricola del Sud, favorendo il protezionismo del grano a beneficio dei grandi latifondisti (alleati politici) che inoltre ebbero sempre mano libera nel rapportarsi ai lavoratori. Durante i vari moti sociali che sono esplosi nel Sud, Giolitti non ha mai rinunziato a ricorrere alla forza con precise istruzioni ai prefetti. Per attuare il suo disegno non ha esitato a sacrificare i contadini del sud; né rifuggì in occasione delle elezioni a violenze intimidazioni con l’aiuto di prefetti, mafia, camorra per fare eleggere deputati ligi al governo che dall’opposizione furono chiamati “ascari” il nome delle truppe di colore delle colonie. In effetti, portò il paese verso il modernismo, ma contribuì abbondantemente a segnare ancora più profondamente le differenze tra le due Italie. Per riequilibrare il suo sistema politico con la destra (poiché erano state varate la legge del suffragio universale e quella sulle assicurazioni dando una chiara impronta di sinistra progressista al governo) Giolitti dà il via libera alla spedizione per l’occupazione della Libia. “..Se in Libia non fossimo andati noi, ci sarebbe andata qualche altra potenza in qualche modo interessata politicamente, o che vi avesse creato degli interessi economici. L’Italia, che si era già tanto commossa per l’occupazione francese di Tunisi non avrebbe certamente tollerato una ripetizione di un evento di quel genere per la Libia”. Sono queste le parole del Giolitti per giustificare la spedizione sulle coste dell’Africa, perché per verità non esistevano grossi motivi di interesse economico che potessero spingere l’Italia sulle coste libiche; si è vero c’era un gran parlare, soprattutto da parte dei nazionalisti, o di altri (tra cui lo stesso Labriola) che vedevano nell’occupazione della Libia la soluzione al grande problema di esubero di manodopera del Sud che era costretta a emigrare soprattutto in America e quindi invece di emigrare “le fertili terre libiche” avrebbero offerto lavoro a migliaia di italiani; mentre la verità geo-fisica sull’occupazione era salveminiana poiché era tra le poche voci ostili alla guerra, sosteneva che sarebbe stato un bluff, la Libia un enorme scatolone di sabbia.

In effetti, in politica estera Giolitti aveva operato un avvicinamento alla Francia, sempre conservando il valore d’alleanza della triplice, ma fu compito di Giolitti cercare delle intese con le altre potenze europee, Francia, Inghilterra e Russia, in modo che non astacolassero eventuali azioni italiane in Africa. Sicuro del consenso di Francia ed Inghilterra, Giolitti nel settembre del 1911 ritenne giunto il momento d’agire: Per Giolitti quest’impresa militare era una “fatalità storica”; cioè la necessità d’impedire che altre potenze venissero a turbare l’equilibrio nel Mediterraneo. La guerra si concluse con la pace di Losanna (ottobre 1912), con la quale la Turchia riconosceva all’Italia la sovranità sulla Libia, il diritto a conservare il controllo su Rodi e le isole del Dodecaneso. L’impresa della Libia con le delusioni che ne seguirono, aggravò la crisi del giolittismo. Con le elezioni del 1913, Giolitti fu costretto a cercare accordi coi cattolici per bilanciare l’avanzata socialista. Fu stilato il patto Gentiloni dal nome del presidente dell’Unione elettorale cattolica. I cattolici s’ impegnavano a votare per i candidati liberali in quei collegi dove si prevedeva la vittoria di un candidato socialista. Il candidato s’impegnava ad astenersi dal promuovere od appoggiare iniziative parlamentari

non congeniali al clero. Con quest’operazione trasformistica, Giolitti ottenne un grande successo, ma attaccato da destra e da sinistra preferì dimettersi e “passare la mano” al conservatore Antonio Calandra. Al cambio ministeriale a destra corrispose lo scoppio della settimana rossa. Mutato il clima politico, il governo tornò ai sistemi repressivi della politica Crispina. Calandra inviò nelle Romagne 100 000 soldati per sopprimere il movimento. Intanto l’attentato di Sarajevo apre le porte alla guerra che sconvolgerà gli equilibri europei.
Giolitti viene definito un “Liberale”, ma in effetti tutti gli uomini politici, si definivano liberali, dopo il 1906 il termine non significò altro che una generica lealtà all'Istituzione monarchica, allo Statuto ed al paese Giolitti creò il giolittismo, non aveva interesse a mantenere vive le passioni politiche, e fece di tutto per tenere la vita politica in una situazione di stasi e per soddisfare le richieste ragionevoli di coloro che contavano su di lui. Le esigenze del paese venivano soddisfatte mediante accordi privati. Come sostiene Seton-Watson.”Giolitti affermò sempre che le elezioni si vincono con programmi convincenti e che questo era il segreto del suo successo…In effetti egli mutava la propria tattica elettorale a seconda delle condizioni locali: nel Nord..le enunciazioni che sapessero fare appello agli ideali…nel Sud…cercava il sostegno di chi deteneva il potere e non delle masse.”
Giolitti è stato definito da un ammiratore e collega “un Premier di stile inglese”: La definizione è esatta per quanto attiene al carattere e all’atteggiamento empirico verso la politica: La sua calma studiata, il modo quasi indifferente con cui affrontava gli eventi. Sembrava freddo e distaccato; parlava generalmente in una “chiave minore” senza enfasi e retorica; le molte riforme di cui fu autore furono attuate perché convinto che fossero “mature” e perciò inevitabili. Giolitti fu accusato di esercitare una dittatura parlamentare , niente di più falso, egli operò sempre nel pieno rispetto e consenso del Parlamento, anzi al Parlamento Giolitti vi faceva affidamento come istituto moderatore degli estremismi. “Bilanciandosi tra conservatori e democratici, cattolici e socialisti, Giolitti bloccò le ali estreme e seguì una rotta mediana. Ciò gli fu possibile perché aveva ben pochi legami personali: non era vincolato da tradizioni familiari, non possedeva grandi proprietà, non aveva interessi nell’industria o negli affari, non possedeva giornali né aveva ambizioni giornalistiche, sicché, nei limiti di una monarchia costituzionale, egli poteva abbandonarsi al gioco della politica pura e godere fino in fondo l’esercizio del potere. Sotto la sua supervisione la macchina amministrativa governò l’Italia e diventò abbastanza solida da affrontare e superare la guerra mondiale. L’Italia prosperò e si rafforzò, all’interno della struttura costruita da Giolitti, fu data la precedenza all’economia sulla politica; all’efficienza e alla capacità tecnica sull’entusiasmo riformatore o sull’intrasigenza dottrinaria.
Giolitti, durante il suo ultimo ministero, fu accusato di essere filofascista, come lo definisce il Tasca “il Giovan Battista del fascismo”, niente di più falso, sostiene De Felice, egli non ha mai incoraggiato l’amministrazione a favorire gli squadristi né ha mai fatto accordi con i fascisti.; egli si illuse come tutti gli altri liberali “vecchio stampo” di poter tenere sotto controllo, di educare il fascismo, incanalandolo nella routine parlamentare. Egli peccò d’inadeguatezza personale e tecnica nel non capire che i tempi nuovi avevano portato schemi e categorie mentali diverse. Situazioni oggettive ed inadeguatezza personale indebolirono il governo e decretarono la morte del giolittismo aprendo le porte ad una nuova realtà politica.

Bibliografia

Camera Fabietti, L’età contemporanea,Zanichelli
Desideri, Storia e storiografia, D’Anna
Mendella Lopez, l’età contemporanea, Conte
Romanelli, l’Italia liberale, Il Mulino.
Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email