Liceo classico “G. Carducci”
Classe IIIC Brocca classico
Il sogno di un’Italia concorde. Giovanni Gentile fra neoidealismo e fascismo
“I neutrali non hanno mai dominato gli avvenimenti. Gli hanno sempre subiti”. (Da scritti e discorsi)
Anno scolastico 2007/2008 Renato Corsi
Area di progetto scelta dalla classe: “Gli intellettuali e il potere”
Materie: filosofia e storia
Insegnante di riferimento: prof. Kuris
Indice
- Introduzione: il sogno di un’Italia concorde
- Vita e opere di Gentile
- Parte I: introduzione alla filosofia gentiliana
- La riforma della dialettica hegeliana
- I principi filosofici dell’attualismo
- Estetica e religione
- Unità dello spirito e Stato
- La filosofia politica
- Parte II: Gentile e fascismo: tra incontro e scontro
- Un partito per cambiare la scuola
- Punti salienti della riforma scolastica
- Due liberalismi
- Due manifesti
- La riforma in pericolo
- Il Concordato: una battaglia perduta
- La preparazione e la creazione della “Grande Treccani”
- Nel regime e contro il regime
- La morte degli amici e della patria (dal Campidoglio a Salò)
Introduzione
Ricordare oggi la vita e le opere di Giovanni Gentile, oltre che rappresentare un’ovvia possibilità di ripensamento e riflessione su uno dei massimi esponenti della cultura del 900, risponde anche alle molte suggestioni, ai molti interrogativi che le grandi figure riescono sempre a suscitare, indipendentemente dal trascorrere del tempo e dall’attenuarsi delle passioni.
La figura di Gentile, da questo punto di vista, si presta ad alimentare uno strano cortocircuito di sentimenti e riflessioni perché sulla sua figura, sul suo ruolo, sulla sua importanza ancora ci sono divisioni in un paese come il nostro dominato dalla memoria militante.
Ma, indipendentemente dal ruolo assunto dal filosofo in un preciso momento storico, il suo impegno come indiscutibile “capo” della cultura italiana fu caratterizzato sempre da un tentativo di parlare all’Italia e agli Italiani con un sentimento di concordia e di conciliazione.
Il “Discorso agli Italiani” del giugno del 43, ad esempio, nella volontà di Gentile, non rappresenta un atto di divisione ma l’estrema voglia di diffondere proprio nel momento più tragico di una guerra sempre più segnata dalla sconfitta, quel sentimento di concordia e di unità di intenti che avrebbe potuto evitare forse al paese di sprofondare nel baratro della guerra civile, anche se le cose alla fine andarono diversamente e il filosofo aderì al RSI, stato satellite sotto il controllo tedesco.
Ogni aspetto della sua attività e militanza politico-culturale è stato sempre animato da questa idea alta di proporre e realizzare, attraverso la compresenza e il dialogo degli opposti, un’idea unitaria che il paese in quanto tale potesse fare sua, e sulla quale potesse costruire poi la sua crescita.
Figlio della generazione post unitaria, visse sulla sua pelle e comprese con straordinaria lucidità che il vero problema di questo paese era il suo non essere ancora compiutamente nazione, era il suo essere tributario e beneficiario solo inconsapevole di una storia millenaria che sembrava quasi essergli restituita solo per caso. Quest’idea di restituzione agli italiani della forza e della consapevolezza che solo la propria storia poteva avere la capacità di conferire un destino al nostro popolo diventa, per il filosofo siciliano, la vera ed unica ragione di vita.
Tutta la parabola intellettuale di Gentile si iscrive in questo appassionato tentativo di tracciare il punto di partenza per il processo di costruzione spirituale dell’Italia come realtà unitaria, anche e paradossalmente attraverso il fascismo che Gentile considerò come l’unica occasione che la penisola aveva di darsi una “forma” come paese.
Per questa idea alta del ruolo degli intellettuali nella vita del paese, questa tenace volontà di considerare l’impegno al servizio della nazione unico scopo della propria vita, lo portarono a “sporcarsi le mani” nell’azione di governo come mai nessun altro filosofo aveva fatto e farà, anche in ben altri contesti storici e politici. Rimase fedele al regime fino in fondo, tacendo spesso i motivi di dissenso e le politiche che riteneva sbagliate del Fascismo. Pagò la sua coerenza con la vita.
L’uccisione del filosofo fu dettata dall’esigenza di uccidere un uomo fuori posto e fuori luogo.
In un momento in cui bisognava fare di tutto per vincere una guerra fratricida lui parlava di pace e pacificazione fra gli Italiani. E un uomo fuori posto non ci deve stare, è un pericolo, va ucciso.
Vita e opere
Giovanni Gentile nacque a Castelvetrano, in provincia di Trapani, il 29 maggio 1875, da Teresa Curti e da Giovanni Gentile. Dopo aver trascorso la sua infanzia a Campobello di Mazara, dove la famiglia si era trasferita, frequentò il liceo Ximenes a Trapani. Durante l’ultimo anno, su suggerimento del suo professore di greco, Gaetano Rota Rossi, decise di partecipare al concorso per quattro posti d’interno alla Scuola Normale Superiore di Pisa, con tema su “La poesia civile del Parini e dell’Alfieri”; dopo essere stato ammesso si iscrisse alla facoltà di Lettere e di Filosofia.
L’esperienza presso l’ateneo pisano influirà in maniera determinante sul suo pensiero e sulle sue scelte culturali e politiche. La Scuola Superiore di Pisa infatti, oltre ad essere l’istituto scientifico più prestigioso del regno, aveva avviato uno studio filologico e storico sulla letteratura italiana nonché sul ruolo del pensiero italiano all’interno della filosofia europea; quest’impostazione era in linea con l’esigenza post unitaria di cercare di rintracciare storicamente, e fondare, l’unità della penisola non solo dal punto di vista politico, ma anche culturale e spirituale. Gentile fece sua questa preoccupazione e cercò, in particolar modo nelle opere storiche, di meglio definire e ricostruire la storia spirituale d’Italia con frequenti richiami alla continuità storica e politica con il Risorgimento.
Sotto l’insegnamento storico di Alessandro D’Ancona e filosofico di Donato Jaia, Gentile iniziò a pubblicare i suoi primi articoli; l’influenza dei due professori fu antitetica: mentre il primo, pisano, seguace del metodo storico, veniva dalla storiografia positivista e da ambienti liberali, il secondo, siciliano come Gentile, era un hegeliano seguace di Spaventa e come quest’ultimo aveva frequentato il seminario ma aveva rinunciato al sacerdozio. Queste due personalità costituirono, nello svolgimento del pensiero filosofico di Gentile, due esigenze diverse ma allo stesso tempo conciliabili: l’attenzione filologica per i documenti e per i testi, e per l’interpretazione spaventiana della filosofia di Hegel.
Oltre all’influenza esercitata dai suoi due maestri, fu determinante negli anni trascorsi a Pisa, l’incontro con Benedetto Croce. Il loro carteggio, che rappresenta uno dei documenti centrali per la ricostruzione storica della cultura italiana del periodo, iniziò nel 1896 e si protrasse fino all’adesione di Gentile al partito fascista nel 1923. La discussione tra i due si svolse all’inizio su argomenti storici e letterari; in seguito, l’argomento principe divenne la filosofia, avendo Gentile deciso, sotto la spinta di Jaia, di laurearsi in filosofia. Col passare del tempo l’amicizia tra i due si rafforzò fino a diventare cruciale per la formazione e lo sviluppo del pensiero di entrambi, e per la carriera accademica di Gentile, dal momento che questi, al contrario di Croce, non aveva a disposizione una base economica tale da esentarlo dall’insegnamento (funzione peraltro che Gentile sentì come una missione).
La base della discussione con Croce fu l’idealismo, che accomunò per un verso i due filosofi ma che al tempo stesso li divise a causa di alcune divergenze, sempre attenuate in nome della loro amicizia, eppure sempre latenti, che saranno il motivo della loro separazione. I due combatterono insieme la stessa guerra, contro il positivismo e le degenerazioni dell’università italiana; il loro scopo fu quello di costituire un polo filosofico crescente, per dimensioni e qualità, all’interno della cultura italiana. Fondarono una rivista, La Critica nel 1903, e lavorarono incessantemente alla creazione di nuove collane editoriali e alla pubblicazione delle loro rispettive opere.
Dopo la laurea a Pisa, e un corso di perfezionamento a Firenze, Gentile iniziò la sua carriera di insegnante, ottenendo una cattedra a Campobasso, al liceo Mario Pagano. La sua aspirazione però fu, sin dall’inizio, quella di ottenere una cattedra universitaria; dopo una serie di tentativi andanti a vuoto e sconfitte in altrettanti concorsi, Gentile riuscì ad ottenere una cattedra di storia della filosofia all’Università di Palermo nel 1906.
Malgrado ambisse ad una cattedra a Napoli, per la vicinanza con Croce e con gli ambienti culturali napoletani (ben più vivi di quelli siciliani), l’esperienza e l’insegnamento a Palermo furono per lui determinanti. Nella città siciliana, infatti, cominciò a crearsi intorno alla sua cattedra e agli incontri del circolo culturale di Giuseppe Pojero, quella scuola di allievi che contribuirono non poco alla diffusione dell’idealismo attuale, della sua filosofia che si arricchì in quegli anni di testi importanti.
Tra questi L’atto del pensare come atto puro del 1912 che ne costituirà il manifesto, e La riforma della dialettica hegeliana del 1913, che sarà la base dell’opera sistematica dal titolo La teoria generale dello spirito come atto puro del 1916, una sintesi delle speculazioni che Gentile sviluppò lungo la serie di testi, discorsi e polemiche su argomenti filosofici trattati nei primi anni della sua carriera universitaria, prima a Palermo e poi a Pisa, e che è la prima vera sistemazione dei suoi principi (e a cui farà seguito il Sistema di logica come teoria del conoscere del 1917, la sua opera più voluminosa e complessa).
L’insegnamento, oltre ad offrirgli la possibilità di continuare i suoi studi e sostentare la sua numerosa famiglia, gli diede quella di toccare con mano il disagio della scuola italiana, che sin dall’inizio, aveva giudicato non adatta a contribuire alla fortificazione dell’unità nazionale e delle sue basi culturali, e incapace di formare una nuova classe dirigente che traghettasse il paese verso una sorte migliore del degrado politico e spirituale in cui, ai suoi occhi, versava.
Gentile sentì sempre come una vera e propria missione il suo ruolo di insegnante ed educatore; la sua pedagogia, che è essenzialmente filosofica non può essere staccata né dal suo sistema filosofico, né dal suo progetto di riforma della scuola che attuò nel 1923-24, quand’era ministro della Pubblica Istruzione, e che dai primi due discende.
L’influenza di Gentile sulla cultura italiana, accresciutasi nel tempo per merito delle sue pubblicazioni, delle iniziative insieme a Benedetto Croce, e della produzione della sua scuola filosofica, si estese anche grazie ai tanti incarichi che ebbe modo di ricoprire.
La sua adesione al fascismo del 1923, se da un lato costituì la molla della rottura con Benedetto Croce (rapporto peraltro già incrinato da una polemica apparsa sulla Voce dieci anni prima) e gli comportò molte inimicizie (anche all’interno dello stesso partito fascista), dall’altro gli diede la possibilità di accrescere ulteriormente la sua influenza sulla cultura italiana, grazie anche ad alcune importanti iniziative editoriali.
Tra queste la più importante, per il peso che ricoprì e che ricopre tuttora, è senza dubbio L’Enciclopedia Italiana, alla cui composizione collaborarono anche molti intellettuali antifascisti, meno però di quanti Gentile avesse auspicato. Nel suo disegno questa opera in volumi doveva costituire un monumento all’unità e alla concordia della cultura italiana, a cui dovevano contribuire tutti gli studiosi, di qualsiasi credo politico.
La situazione storica e politica non lo permise e Gentile dovette subire diverse sconfitte: la più bruciante fu la firma del Concordato tra la Chiesa Cattolica e lo Stato italiano nel 1929.
Benchè Gentile considerasse il cattolicesimo come la forma storica della spiritualità italiana, il Concordato contraddiceva al suo disegno di uno Stato etico garante di una sorta di unità divina tra gli appartenenti, che negava perciò ogni Dio indipendente dallo Stato.
La sua fedeltà al partito fascista, in cui vide sempre l’espressione del moto risorgimentale di unità nazionale, lo portò ad aderire nel 1943 alla Repubblica Sociale Italiana; benché ormai confinato dallo stesso regime ad un ruolo politico pressoché nullo, questo non gli evitò di essere ucciso il 15 aprile del 1944 sulla soglia della sua abitazione a Firenze: fu trucidato barbaramente da un gruppo di partigiani, che non ebbero alcun rispetto per l’anziano e dotto pensatore; l’importante era per loro, travolti da una furia barbara, eliminare ogni fascista, ignorante o colto che fosse.
Parte I
Introduzione alla filosofia di Gentile
La riforma della dialettica hegeliana
Determinante, nella formazione filosofica di Gentile, fu l’insegnamento di Donato Jaja (1839-1914), seguace dell’hegelismo e, sulle orme di Spaventa, impegnato a fondare nel soggetto l’identità di pensiero ed essere. Attraverso quell’insegnamento Gentile maturò la sua prima adesione all’idealismo.
Nella già ricordata prolusione-manifesto del 1903, intitolata proprio La rinascita dell’idealismo, Gentile rivendicava contro ogni dualismo e naturalismo da un lato la fondamentale unità di natura e spirito nella coscienza, dall’altro il primato ontologico e gnoseologico di quest’ultima.
La coscienza, affermava Gentile, è “sintesi di soggetto e oggetto”: ma una sintesi nella quale è il primo termine-concetto che ‘pone’ il secondo. Correlativamente, anche “atto” e “fatto” sono strettamente uniti e in qualche modo complementari: ma solo nel senso che, se indubbiamente il fatto c’è ed è necessario, esso si dà solo nell’unità dell’“atto” - che è sempre atto della coscienza.
Nella prolusione del 1903 sono già contenute in nuce alcune delle tesi chiave dell’attualismo gentiliano. Ma la definitiva maturazione speculativa di Gentile passa (come quella di Croce) attraverso un serrato confronto con l’hegelismo.
Di Hegel il giovane filosofo siciliano apprezza (a differenza di Croce) non tanto la prospettiva storicistica (cioè il suo voler cogliere lo Spirito nel divenire stesso della realtà storica) quanto l’impianto più direttamente coscienzialistico-idealistico. Per Gentile il massimo merito di Hegel è di aver posto una Coscienza (un Logos, un Pensiero) a fondamento e inizio di tutto il reale, contribuendo con ciò a edificare l’idealismo moderno nella sua fase più evoluta.
Hegel ha anche elaborato una raffinata logica dialettica. Ma è proprio a proposito di questa dialettica che Gentile (come anche Croce, seppure per ragioni e in prospettive diverse) sente di dover muovere critiche radicali al maestro tedesco.
In effetti il filosofo tedesco ha confuso due dialettiche, che invece per Gentile devono restare nettamente separate. Queste dialettiche non sono (come per Croce) la “dialettica degli opposti” e la “dialettica dei distinti”: sono quelle che Gentile chiama la “dialettica del pensare” e la “dialettica del pensato”.
Se Hegel ha genialmente colto e individuato la “dialettica del pensare” (ossia la dialettica della Coscienza o del Pensiero attivo e vivente), egli vi ha poi lasciato forti residui della “dialettica del pensato” (ossia la dialettica del pensiero determinato e delle scienze) - anzi, come si è detto, ha mescolato l’una con l’altra.
E questo, per Gentile, è un errore: “la dialettica del pensato è, si può dire, la dialettica della morte; la dialettica del pensare, invece, la dialettica della vita. Infatti il presupposto fondamentale della prima è la realtà o verità tutta quanta ab aeterno determinata in guisa che non sia più concepibile una determinazione nuova, come determinazione attuale della realtà [...]. La dialettica, invece, del pensare non conosce un mondo che già sia, che sarebbe un pensato; non suppone una realtà al di là della conoscenza e di cui toccherebbe a questa d’impossessarsi, perché sa, come ha dimostrato Kant, che tutto ciò che si può pensare della realtà (il pensabile, i concetti dell’esperienza) presuppone l’atto stesso del pensare. E’ in questo atto vede perciò la radice di tutto”.
Nella misura in cui Hegel ha confuso queste due dialettiche, la ‘sua’ dialettica va “riformata”. Va riformata soprattutto eliminando dalla “dialettica del pensare” ogni componente oggettivistica, statica, inerte (come ad esempio la struttura categoriale fissata in modo universale e rigido-astratto), e conferendo invece un’assoluta libertà al vivente “dialettismo” del concreto atto del pensiero: quel dialettismo che è la ricca, vera e inesauribile “inquietezza del pensare”.
I principi filosofici dell’attualismo
L’attualismo gentiliano si costruisce intorno ad alcuni precisi nuclei teorici:
- L’interpretazione di Hegel e la riforma della dialettica hegeliana;
- La teoria dell’atto puro;
- Il rapporto tra logica del pensare e logica del pensato.
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