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1948: la rivoluzione nell’Europa centrale

La rivoluzione iniziata a Parigi si propagò velocemente anche nel resto d’Europa, principalmente nell’impero Asburgico, nella Confederazione Germanica e in Italia, dove il Congresso di Vienna aveva lasciato in sospeso le questioni nazionali, la componente sociale era rimasta in secondo piano e lo scontro fra borghesie liberali ed esponenti dell’ancien regime si fece più acuto. Il più importante episodio si ebbe a Vienna, dove l’occasione fu data da una manifestazione di studenti e lavoratori repressa dall’esercito, ma al contempo la corte fu costretta a sacrificare Metternich, l’uomo simbolo della restaurazione.
La fuga del cancelliere austriaco fece precipitare la situazione nelle province dell’Impero Asburgico e nella Confederazione Germanica. Vi furono tumulti a Budapest, Venezia e Milano, Berlino e infine Praga, inviò una petizione all’imperatore chiedendo autonomia e libertà politiche. L’imperatore quindi abbandonò la capitale e promise la convocazione di un Reichstag.

In Ungheria, le promesse di una costituzione indipendente e di un Parlamento autonomo non bastarono, ma l’agitazione autonomistica fu spinta dall’ala democratico-radicale guidata da Kossuth; i patrioti ungheresi approfittarono della crisi del governo centrale per creare un governo nazionale. Decretarono poi la fine dei rapporti feudali nelle campagne per garantirsi l’appoggio dei contadini, fu eletto un nuovo Parlamento a suffragio universale e infine Kossuth diede il via alla creazione di un esercito nazionale.
Anche a Praga si formò un governo centrale, ma i patrioti cechi non avevano intenzione di separarsi dalla monarchia asburgica, si limitarono a chiedere più ampie autonomie, tuttavia, una serie di incidenti diede il pretesto all’esercito per mettere in atto una dura repressione.
La sottomissione di Praga fu il primo passo verso la riscossa del potere imperiale: si mostrò come la lealtà e l’efficienza dell’esercito non erano state intaccate, il Reichstag era attraversato da contrasti fra le diverse nazionalità e l’unica decisione che era stata presa fu l’abolizione della servitù della gleba. Nel momento in cui il governo centrale stava riprendendo il controllo della situazione, una nuova ondata rivoluzionaria per impedire la partenza di truppe per l’Ungheria causarono nuovi scontri a Vienna, che fu cinta d’assedio e le manifestazioni represse nel sangue. La rivoluzione venne così stroncata duramente, ma l’imperatore Ferdinando I abdicò in favore del figlio, Francesco Giuseppe, che sciolse il Reichstag, promulgò una nuova Costituzione che garantiva un Parlamento eletto a suffragio ristretto e di poteri molto limitati.
In Germania, nel frattempo, una serie di manifestazioni popolari costrinsero Federico Guglielmo IV a convocare un Landtag, ma una serie di rivolte erano scoppiate nella maggior parte degli stati della Confederazione. Era scaturita la richiesta unanime di un’Assemblea Costituente che vedesse rappresentati tutti gli stati tedeschi, Austria compresa. Questa aprì i suoi lavori a Francoforte in un clima di entusiasmo, benché fu presto chiaro che non aveva i poteri necessari per imporre la propria autorità sui sovrani e per avviare un processo di unificazione. Le sue sorti, quindi, dovevano dipendere da quanto accadeva nello stato più importante, la Prussia.
Lì, il movimento liberal-democratico conobbe un rapido declino, la borghesia infatti era spaventata dalle agitazioni che si andavano intensificando. Federico Guglielmo sciolse il Parlamento prussiano ed emanò una Costituzione poco liberale. I lavori dell’Assemblea di Francoforte, nel frattempo, erano assorbiti dalle dispute fra le due fazioni opposte: i grandi tedeschi e i piccoli tedeschi. I primi volevano un’unione di tutti gli stati tedeschi intorno all’Austria imperiale, mentre i secondi uno stato tedesco più compatto, attorno al Regno di Prussia. A prevalere furono i secondi, ma quando una delegazione si recò a Berlino ad offrire la corona di Imperatore al re di Prussia, questi rifiutò, in quanto non riconosceva l’assemblea popolare dalla quale questa proveniva. Il rifiuto di Federico Guglielmo segnò quindi la fine dell’esperienza della costituente.

Declino dell’Impero Asburgico e ascesa della Prussia

Dopo le rivoluzioni del 48-49, l’Impero Asburgico tentò di riorganizzarsi sulla base del vecchio sistema assolutistico: il potere era nuovamente concentrato nelle mani del sovrano, su rafforzarono l’apparato poliziesco e il centralismo amministrativo. La costituzione concessa nel 1849 fu revocata del 1851.
Nonostante il persistere dei contrasti di nazionalità, il potere imperiale poteva ancora poggiare sulle grandi masse di contadini e sulla Chiesa Cattolica, con la quale nel 1855 aveva stipulato un vantaggioso concordato. Lo Stato sacrificò così le esigenze della borghesia produttiva, che dovette pagare i costi di un apparato militare e amministrativo.
Negli stessi anni, la Prussia si candidava a guidare la nazione tedesca, fidando sulla forza del suo sviluppo industriale e sulla stretta integrazione della sua economia con quella degli altri stati tedeschi, con i quali nel 1834 aveva creato una Lega doganale. L’industria tedesca non aveva pari in Europa, ma era ancora affiancata da un’economia agricola, principalmente nei territori ad est dell’Elba.
L’abolizione dei privilegi feudali non aveva scalfito, d’altra parte, il potere dell’aristocrazia terriera, gli Junker, e la stessa legge elettorale rifletteva il loro potere, affidando ai nobili una rappresentanza sproporzionata alla loro consistenza numerica. Il Parlamento, però, aveva poteri troppo scarsi e limitati per poter effettivamente incidere sulle politiche prussiane, ancora saldamente nelle mani del sovrano e del cancelliere.
La mancata evoluzione in senso liberal-parlamentare e la presenza ai vertici di esponenti dell’aristocrazia terriera, non ebbero in Prussia degli effetti negativi: autoritarismo politico e conservatorismo sociale si rivelarono componenti fondamentale per lo sviluppo della Prussia, che sarebbe diventata un modello per gli Stati secondi sulla via dell’industrializzazione. Ciononostante, la Prussia era un paese eccezionale, dotato di vie di comunicazione e di un sistema scolastico molto sviluppato, assenti negli altri stati europei. Inoltre, il tradizionalismo e il conservatorismo degli Junker finirono per convergere con le aspirazioni nazionali della borghesia nella politica di potenza dello stato prussiano che doveva per forza sviluppare un apparato militare.

L’artefice di questa politica fu Otto Von Bismarck, divenuto cancelliere nel 1852, dopo un passato nel partito degli Junker, non aveva mai fatto mistero della sua avversione alla democrazia e al liberalismo, iniziò la sua carriera di cancelliere con una riforma dell’esercito, che prevedeva l’aumento degli organici e il prolungamento del servizio di leva. Il Parlamento, a maggioranza liberale, non approvò la riforma, ma Bismarck decise di ignorare le istanze parlamentari e far approvare il bilancio per decreto reale.

La guerra austro-prussiana

Il primo ostacolo sulla via dell’unificazione era costituito dall’Austria, che era anche uno stato tedesco membro della Confederazione, sulla quale aveva sempre esercitato un ruolo di primato. L’occasione fu offerta nel 1864-65 da una campagna di Austria e Prussia per strappare alla Danimarca le province tedesche di Schleswig, Holstein e Lauenburg, ma entrarono in conflitto riguardo all’amministrazione delle province e questo offrì alla Prussia il casus belli. Bismarck, precedentemente, aveva provveduto ad una fase di preparazione, alleandosi con l’Italia e assicurandosi la benevola naturalità di Francia e Russia, dalla parte dell’Austria si schierarono gli stati minori della Confederazione. Cominciata nel giugno 66, la guerra si protrasse per poche settimane, mentre l’Italia impegnava parte delle forze Austriache, l’esercito prussiano penetrava in Boemia e sconfiggeva l’Austria nella battaglia campale di Sadowa. La vittoria prussiana era stata garantita dall’accurata preparazione dei militari, dalla guida astuta del generale Von Moltke ma anche dalla possibilità dei contingenti tedeschi di spostarsi velocemente nel territorio grazie alle ferrovie.

Alla fine di agosto si giunse alla pace di Praga, l’Austria non subiva mutilazioni territoriali, se non il Veneto che cedeva ora all’Italia, ma accettava lo scioglimento della Confederazione e la fine di ogni suo influsso nell’Europa centro-settentrionale. Venne quindi proclamata una nuova Confederazione della Germania del Nord, sotto Guglielmo I, mentre gli stati del sud rimasero indipendenti.
Il trionfo di Bismarck porto così molti degli esponenti liberal-moderati ad appoggiare l’opera del cancelliere, dando vita ad un partito nazional-liberale. Pochi giorni dopo la firma della pace di Praga, il Parlamento prussiano ratificava retroattivamente le spese effettuate dal governo senza l’approvazione della Camera: lo storico contrasto tra corona e Parlamento si risolse quindi con la vittoria della prima.
In Austria, nel frattempo, i nuovi equilibri avevano spinto l’interesse dell’Imperatore verso i territori danubiani e balcanici e a cercare una nuova soluzione per il problema delle nazionalità. Mel 1867, quindi, l’Impero fu diviso in due Stati, uno Austriaco e uno Ungherese, ciascuno con Parlamento autonomo salvo che per i ministeri di Finanze, Guerra e Esteri. Col compromesso del 67 l’Impero Asburgico scontentò soprattutto gli slavi, che da quel momento rappresentarono il pericolo più grande per l’unità.

La guerra franco-prussiana

L’ultimo ostacolo all’unificazione tedesca era la Francia, in quanto Napoleone III era deciso a limitare ogni tentativo espansionistico della Prussia. L’occasione per la guerra fu offerta, nel 1868, da una crisi dinastica in Spagna, dove il trono era rimasto vacante e la corona era stata offerta a un parente del re di Prussia. Napoleone III quindi si sentì accerchiato e Bismarck seppe sfruttare l’occasione promulgano un comunicato in cui si diceva che l’ambasciatore francese era stato messo alla porta dal re. Il comunicato suscitò soprattutto a Parigi un’ondata di indignazione nazionalistica che coinvolse Napoleone stesso, il quale, il 19 luglio 1870, dichiarò guerra alla Prussia.
Anche in questo caso, la guerra era destinata a durare poco. La Francia non era sufficientemente preparata per affrontare la macchina da guerra prussiana e già dal 1 settembre, le truppe prussiane sconfissero i francesi a Sedan e a Metz, lo stesso imperatore venne imprigionato dai tedeschi mentre nella capitale si formava un governo provvisorio. Questo, il 28 dicembre 1871 fu costretto a chiedere un armistizio.
Le vittorie prussiane avevano fatto cadere le residue resistenze degli Stati tedeschi indipendenti, e il 9 dicembre fu proclamato l’Impero Tedesco. Il 18 gennaio 1871, a Versailles, Guglielmo I fu incoronato imperatore tedesco.

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