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Il fascismo al governo: Il governo dei Soviet dei commissari del popolo

Una volta al governo, si presenterà come un difensore di tutte le libertà fatte dallo statuto Albertino, difensore quindi dei principi li esposti. Sarebbero state salvaguardati tutti i diritti dei cittadini e associazioni, ma ben presto le iniziative che furono intraprese nel governo rivelarono tutt’altra intenzione del leader. Furono emanate delle norme che prevedevano lo scioglimento delle amministrazioni comunali e provinciali presieduti da socialisti e comunisti. Altre iniziative volte a reprimere le cooperative socialiste in Emilia Romagna e ancora altre limitazioni che interessarono il mondo del sindacato. La libertà sindacale venne a respingersi sempre di più e ancora ci fu un libero sfogo al gruppo rappresentato dallo squadrone fascista che aumentava ancora di più le attività repressive nelle campagne. Le opposizioni cercarono di ostacolare Mussolini, ma non avendo la maggioranza era inutile. L’opposizione chiedeva il rispetto dei dettami costituzionale, proprio ciò che Mussolini disse e promise di tutelare, inoltre chiesero con insistenze di abolire lo squadrismo fascista, ma la maggioranza ebbe sempre la meglio sull’opposizione. Mussolini risponde alla richiesta di abolizione delle squadre fasciste trasformandole in un organo pubblico ovvero la “milizia volontaria per la sicurezza nazionale”. Lo squadrismo continuò quindi ad essere vivo cambiando solo il nome. Questa fu una risposta che fece solo innervosire l’opposizione. Un’altra iniziativa del fascismo fu l’istituzione del gran consiglio che era un organo che univa i maggiori esponenti del fascismo aventi pieni poteri decisionali nella vita politica del Paese, inoltre intorno al 22-23 allontanò al governo i rappresentanti del partito popolare che avevano sempre posizioni antifasciste. Abbiamo quindi una struttura politica monopartitica caratterizzata dalla unica presenza dominante del partito fascista che era a capo della gran consiglio al quale venivano affidati tutti i poteri. Nel 1924 si tennero nuovamente le elezioni politiche caratterizzate da un clima di intimidazione e violenza perpetuate dalla milizia volontaria per la sicurezza nazionale durante il periodo pre-elettorale al fine di accaparrare i voti dei cittadini con le intimidazioni e forze, soprattutto a coloro che risultarono inscritti ad altri partiti. Si indagava quindi sulla vita dei cittadini, realizzando azioni intimidatorie obbligandoli a passare al fascismo. Il sistema del voto del tempo era quello maggioritario che prevedeva che chi otteneva tra i partiti, più del 50% dei voti, vinceva le elezioni. Il fascismo grazie a queste azioni repressive, riuscì ad ottenere la maggioranza. Ma c’è da dire che non furono solo queste azioni a garantire al fascismo la vittoria, andò a pesare anche il fatto che molte persone comunque volevano la presenza al governo del fascismo e quindi erano favorevoli. Quindi Mussolini sommando tutto riuscì ad ottenere più del 60% dei voti raggiungendo la maggioranza e assicurandosi la vittoria.

Una delle vittime più importanti di questo periodo ovvero del 1924 fu un grande esponente del partito socialista italiano ovvero il deputato del PCI, Giacomo Matteotti, ucciso dalle milizie civili subito dopo le elezioni. Perché lui fu l’unico che ebbe il coraggio di denunciare gli orribili atti intimidatori delle milizie fatte ai cittadini, accusando il partito Fascista esigendo delle nuove elezioni. La risposta pochi giorni dopo da parte del fascismo fu il suo rapimento dopo di che fu ucciso e ritrovato in un bosco a Roma. Questo delitto darà origine ad una frattura nel parlamento in quanto i deputati della posizione antifascista come Turati, De Gasperi e Amendola, decisero di astenersi dai lavori parlamentari abbandonando l’aula del parlamento, questa decisione fu chiamata “secessione dell’Aventino”.

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