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Il movimento giacobino italiano

La crisi del movimento riformatore e l'irrigidimento della vita politica favorirono una radicalizzazione dei gruppi intellettuali presenti all'interno degli stati italiani: presso questi ceti, gli avvenimenti di Francia vennero salutati con entusiasmo, come l'inizio di una nuova era. Si venne così formando, negli anni 1790-95, quello che viene solitamente chiamato movimento giacobino italiano. Si trattava di un movimento differenziato socialmente e ideologicamente: la sua base sociale era costituita in prevalenza da esponenti del medio ceto borghese (avvocati, medici, militari, intellettuali, studenti, artigiani), ma ne facevano parte anche aristocratici innovatori, rappresentanti del basso clero, proletari urbani, operai.
Dal punto di vista ideologico, si andava da un polo moderato, di idee liberali, a un altro radicale, che propugnava ideali di democrazia sociale e politica e si ispirava alla Costituzione francese del 1793; l'ala estrema del movimento proponeva un utopistico programma di rivoluzione sociale e faceva capo al rivoluzionario giacobino Filippo Buonarroti (1761-1837), attivo in Liguria e Piemonte sino al 1796, quando venne arrestato per la sua partecipazione alla congiura degli Eguali di Babeuf. Vi erano tuttavia alcuni forti tratti comuni a tutti i "patrioti", come essi stessi si autodefinivano (il termine "giacobini", invece, venne loro affibbiato dai tradizionalisti, come sinonimo di individui "socialmente pericolosi"): la volontà di rompere radicalmente con il passato per aprire un'epoca nuova (non più riforma, dunque, ma rovesciamento dell'Antico regime); l'adesione agli ideali di libertà civile, politica, religiosa proclamati dalla rivoluzione francese; l'affermazione del diritto di proprietà, ma anche della necessità di ridurre le disuguaglianze sociali; la convinzione dell'importanza primaria dell'istruzione popolare nel rinnovamento della società.

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