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Età giolittiana



Dopo i numerosi sconvolgimenti salì al trono Vittorio Emanuele III che affidò la guida del governo, che ridivenne così di sinistra liberale, a Zanardelli che, sapientemente, nominò come ministero degli interni (1901-1903) Giolitti, un liberale aperto ad istanze democratiche e un abile statista il cui passato da burocrate gli garantì numerosi vantaggi fra cui un’accuratissima conoscenza delle leggi e un’esperienza in politica che risultò essere fondamentale per il successo dei suoi provvedimenti.
Fu proprio duranti gli anni della cosiddetta “età giolittiana”, che l’Italia sperimentò una notevole modernizzazione, che si manifestò nella realizzazione di numerose infrastrutture, in una veloce industrializzazione, in un forte aumento demografico, in un notevole ampliamento degli spazi di discussione democratica e nel miglioramento delle condizioni di vita, divenendo così nell’arco di un decennio la quarta potenza europea. L’innovazione portata da Giolitti era principalmente dovuta alla sua visione ideologica secondo cui lo Stato non avrebbe avuto alcun interesse, ne politico ne economico ne sociale, nell'inimicarsi la classe operaia, in quanto reprimendo le proteste non avrebbe fatto altro che rinvigorire i partiti estremisti. Secondo Giolitti, infatti, l'una via possibile era quella basata sull'integrazione delle masse in quanto reprimendo gli scioperi con cui i lavoratori chiedevano condizioni di vita e di lavoro più giusti non era solo scorretto dal punto di vista politico poiché significava non appoggiare la maggioranza e perdere quindi il proprio ruolo arbitrale e neutrale, ma significava anche nuocere all’economia. L’ex-burocrate infatti, presentando numerose analogie con Ford, riteneva che affinché l’economia si sviluppasse era necessario agire non solamente favorendo un aumento dell’offerta ma anche incentivando la nascita e l’espansione della domanda, senza la quale il mercato sarebbe altrimenti collassato; riteneva quindi fondamentale non solamente uno sfruttamento economico minore degli operai, in quanto pagandoli meno si privava il mercato di potenziali compratori, ma anche una diminuzione delle ore lavorative in quanto, incentivando il tempo libero, veniva incentivato anche il consumismo e alimentata l’economia.

Al contrario Giolitti la necessità del governo stesso di favorire e incentivare la nascita di movimenti organizzati e ordinati, rendendo così possibile trattare e collaborare con le forze emergenti della società anziché reprimerle e inimicarsele, sfavorendo così al tempo stesso i movimenti violenti e vandalici, gli unici che, rappresentando una reale minaccia, necessitano di essere repressi con la forza; in qualità di ministro degli interni riconobbe così ai lavoratori il diritto di scioperare e la libertà di associarsi garantendo quindi che, a condizione che ordine e sicurezza non venissero minacciati, non sarebbe intervenuta alcuna forza pubblica repressiva. Questo favorì la ripresa della mobilitazione operai che portò all'aumento dei salari ed al verificarsi di una fase economica espansiva e lo sviluppo delle organizzazioni sindacali come le Camere del Lavoro e le leghe bracciantili. Durante il governo Zanardelli-Giolitti vennero inoltre municipalizzati i servizi pubblichi così da poterli estendere e minimizzarne i costi e vennero emanati provvedimenti volti a tutelare il lavoro femminile e minorile e a migliorare le norme sulle assicurazioni. Quando poi nel 1903 l'incarico di formare il nuovo esecutivo passò a Giolitti ebbe il via quel periodo che storicamente prese il nome di "Età Giolittiana" durante il quale Giolitti, ora a capo del governo, mise ancor più in pratica le proprie convinzioni politiche giungendo così a collaborare con le forze emergenti quali socialisti, cattolici e nazionalisti che a causa dei diversi orientamenti lo costrinsero a una politica di compromessi sia sul piano nazionale, ossia spingendolo a portare a compimento una serie di istanze e decisioni volte in parte a incontrare le richieste e i desideri dei socialisti, in parte quelle dei nazionalisti e in parte quelle dei cattolici, sia sul piano europeo, mantenendo dei rapporti ambigui con le varie potenze europee senza mai schierarsi, in modo esplicito e definitivo, con nessuna di essa nel tentativo di evitare la presa del sopravvento del partito nazionalista o di quello socialista, internazionale per propria natura.
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