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Primo dopoguerra

L'economia e la politica italiana nel dopoguerra

Durante la guerra le spese utili per la produzione del necessario per la guerra determinarono la perdita di notevoli ricchezze e per far fronte a questo problema lo stato italiano fu quasi obbligato a produrre nuova moneta e questo conseguenzialmente determinò una notevole inflazione che provoco, al termine della guerra, l’innalzamento dei prezzi di quasi quattro volte. Comunque nei suoi aspetti negativi la guerra contribuì allo sviluppo delle industrie ma portò a un enorme calo dell’agricoltura a causa della leva. Tuttavia gli industriali che investirono molto su queste industrie, in seguito continuarono a pretendere che la loro merce mantenesse lo stesso prezzo che aveva durante la guerra, non vollero ristabilire infatti un’economia di pace e addirittura vennero inasprite le dogane protettive.

Dal punto di vista sociale in Italia si stentò molto per ritornare alla normalità, infatti per i sacrifici sostenuti molti pretendono di entrare in politica ed ottenere le loro ricompense, basandosi sui principi della rivoluzione russa; molti ex-combattenti, soprattutto gli ufficiali, si ritrovano in una vita totalmente diversa e monotona rispetto a quella della guerra e ciò comporterà che si animeranno di bramosie di grandezza e potenza. A difendere i diritti dei neolavoratori ex- militari contribuisce l’enorme sviluppo dei sindacati, in particolare la CGL (camera generale del lavoro), la confederazione italiana dei lavoratori che aveva taglio cattolico, le Leghe e le Cooperative. Le innumerevoli pretese dei lavoratori-militari animarono tendenze bolsceviche che portarono ad aumentare le fila del partito socialista, in particolare l’ala massimalista di Giacinto Menotti Serrati, tuttavia le proposte del partito socialista ,che prevedevano argomenti simili alle Tesi d’Aprile, non tenevano conto della reale situazione italiana: al seguito della grande guerra a rafforzarsi non fu il proletariato ma la struttura capitalistica. Socialisti rivoluzionari che si distaccarono dai propositi del partito stesso furono intellettuali come Togliatti, Bordiga e Gramsci: Bordiga aveva in mente un partito di rivoluzionari di professione; Gramsci voleva attuare un blocco di lavoratori ed intellettuali che avrebbero potuto guidare una rivoluzione capovolgendo i ruoli attuali e questo piano di Gramsci era conosciuto come Nuovo Ordine. Al contrario l’ala moderata di Turati e Treves non si impegnò molto per attuare le riforme sul lavoro. Allo stesso tempo però si rafforzò molto il rapporto del governo col partito cattolico di Don Luigi Sturzo che proponeva un programma a favore della colonizzazione del latifondo, difesa delle proprietà contadine, per un sistema proporzionale, voto per le donne; comunque il partito popolare italiano (PPI) non aveva una salda struttura interna e neanche una vera e propria autonomia dalla chiesa.

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