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In questi giorni, in relazione al conflitto israelo-palestinese, ho letto parecchie cose che mi hanno profondamente irritato per l’eccessiva superficialità, per l’evidente presa di posizione ideologica o per assurdi richiami alle conoscenze storiche ed antropologiche giunti, probabilmente, da chi con la storia e l’antropologia non ha mai avuto nulla a che fare. La cosa che mi fa più rabbia è che ci si appelli ancora ad ideali pseudo - liberali per legittimare una vera e propria “pulizia etnica” operata da uno Stato militarmente avanzato ai danni di una popolazione che non dispone nemmeno di un esercito. Sarà pur vero che a Gaza vi è la presenza di cellule terroristiche (es. Hamas) che perpetrano attacchi nei confronti degli ebrei, ma esse non dispongono delle risorse militari necessarie per minacciare l’incolumità dello Stato d’Israele. Purtroppo la questione va avanti da anni, ma proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Per tentare una comprensione di questa intricata questione è necessario gettare un occhio ai primi cedimenti del colonialismo in Medio Oriente, al nazionalismo arabo e al sionismo. Durante la prima guerra mondiale una prima legittimazione alle aspirazioni indipendentiste giunse proprio dai colonizzatori europei, i quali non si fecero scrupoli ad appoggiare questi movimenti ogni qual volta potesse giovare alla loro parte e danneggiare quella degli avversari. La Germania, in Nord Africa, tentò di sollevare le popolazioni arabe contro il dominio francese, mentre in Medio Oriente gli Inglesi strumentalizzarono il nazionalismo arabo (in quegli anni un movimento embrione, legato principalmente al prestigio dei capi tribali più che a spinte della popolazione) per contrastare l’Impero Ottomano che estendeva il suo dominio su quei territori. Nel 1915-16 l’alto commissario britannico per l’Egitto, Mac Mahon, prese accordi con uno di questi capi tribali, Hussein, per ottenere collaborazione militare contro i turchi in cambio di un appoggio del governo inglese nella creazione di un grande regno arabo indipendente che comprendesse l’Arabia, la Mesopotamia e la Siria.
Nel 1916 Hussein intraprese una “guerra santa” con le sue truppe beduine contro i turchi, azione militare parallela e funzionale alla campagna dell’esercito inglese. Le vere intenzioni degli inglesi sui territori arabi sottratti agli ottomani però erano diverse, anche perché i britannici non potevano non considerare le rivendicazioni d’interesse francese su quelle zone. Fu così che francesi ed inglesi si spartirono in zone di influenza tutta l'area compresa fra la Turchia e la penisola arabica: alla Francia andarono la Siria ed il Libano, all'Inghilterra, invece, la Mesopotamia e la Palestina. Terminata la guerra, nonostante le proteste arabe, la spartizione fu attuata, mascherando l’assegnazione dei territori sotto forma di mandato. Come compenso alla rinuncia forzata al grande regno arabo, la Gran Bretagna creò nei territori di sua competenza due nuovi stati: l’Iraq e la Transgiordania. Un’altra parziale dichiarazione d’intenti relativa alla questione della sovranità sui territori ex ottomani era posta sulla Palestina: il governo inglese nel 1917 aveva riconosciuto, con una dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri Balfour, il diritto del movimento sionista a creare una sede nazionale per il popolo ebraico. Redatta in consultazione con il presidente Wilson, sotto la pressione del movimento sionista di cui si voleva ottenere l’appoggio alla causa dell’Intesa, la “dichiarazione Balfour” salvava i diritti civili e religiosi (non si parlava dei diritti politici) delle comunità non ebraiche. Venne così legittimata l’immigrazione sionista che iniziò a svilupparsi in quegli anni. Con essa si ebbero, nel ’20-21, i primi violenti scontri fra coloni ebrei e residenti arabi, non tolleranti della minaccia portata ai loro diritti sulla Palestina.

Il movimento nazionale arabo attivo in Medio Oriente, rivolto inizialmente contro la dominazione ottomana, si era successivamente indirizzato soprattutto contro le potenze europee. Il movimento era composto da due tendenze:
• Tradizionalisti, portavano innanzi l’ideale della “re-islamizzazione” della società per mezzo dell’applicazione dei precetti coranici (da qui integralismo islamico)
• Laica e nazionalista, attenta alle esigenze di modernizzazione economica.
La seconda tendenza finì nel complesso a prevalere su quella tradizionalista, che rimase comunque molto forte.
La seconda guerra mondiale provocò nel Medio Oriente un'accelerazione a quel processo di emancipazione, già in atto, che costrinse le potenze europee a venire a patti con le rivendicazioni nazionali arabe. Nel 1946 la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza della Transgiordania, la Francia si ritirò dalla Siria e dal Libano, l’Iraq divenne indipendente nel 1932. Questi paesi, assieme all'Egitto, all'Arabia Saudita e allo Yemen, formarono nel 1945 la Lega degli Stati arabi, con scopi di cooperazione politica ed economica e con l’ambizione, rimasta incompiuta, di un’integrazione federalista.
Vi era però da risolvere la questione palestinese: nel 1939 la Gran Bretagna si era impegnata a rendere la Palestina indipendente entro dieci anni, ma era ancora contesa fra arabi ed ebrei. Negli anni della guerra la pressione del movimento sionista per la creazione di uno stato ebraico si fece sempre più forte, alimentata dall'immigrazione degli ebrei europei che fuggivano dal terrore nazista (nel 1945 c’erano in Palestina 550.000 ebrei e 1.250.000 arabi). Intanto l’aspirazione alla creazione di uno stato d’Israele ottenne presso l’opinione pubblica democratica una nuova e potente legittimazione successivamente alle rivelazioni delle barbarie compiute nei campi di sterminio. La causa sionista trovò un potente alleato negli Stati Uniti, dove la comunità ebraica era numerosa ed influente, ma fu ostacolata dalle autorità Inglesi preoccupate di inimicarsi i vicini Stati arabi, che si muovevano all'interno del sistema di alleanze britannico.
Mentre i leader sionisti chiedevano la libertà di immigrazione, le organizzazioni militari ebraiche in Palestina intrapresero la lotta armata (condotta dai più estremisti con metodi terroristici) non più contro i soli arabi, ma anche contro gli inglesi. Trovandosi di fronte a una situazione incontrollabile, e avendo costatato l’impossibilità di formare uno Stato bi-nazionale, la Gran Bretagna si tirò fuori dal conflitto. Nel 1947 gli inglesi rimisero nelle mani delle Nazioni Unite il compito di trovare una soluzione al problema.
L’ONU approvò un piano di spartizione in due Stati che però venne respinto dagli arabi. Nel 1948, all'atto della partenza degli inglesi, gli ebrei proclamarono la nascita dello Stato di Israele e gli Stati della Lega araba reagirono subito attaccandolo militarmente.
La prima guerra arabo-israeliana (’48-49) si concluse con la sconfitta araba, mal equipaggiati e poco coordinati, e segnò la definitiva affermazione del nuovo Stato ebraico, mostrandone la combattività e la determinazione.
Israele fu fin dal momento della sua creazione uno Stato moderno, ispirato ai modelli delle democrazie occidentali, dotato di strutture sociali e civili molto avanzate – che contrastavano con la complessiva arretratezza dell’area mediorientale – e di un’organizzazione economica in cui il capitalismo industriale conviveva con l’esperimento cooperativistico delle comunità agricole create dai pionieri sionisti fin dall'inizio del secolo.
Israele mostrò fin dai primi anni una forza inaspettata alle sue piccole dimensioni, dovuta dalle risorse provenienti dall'esterno (le comunità ebraiche europee e soprattutto americane), alla preparazione e all'intraprendenza dei suoi dirigenti e all'aspirazione patriottica dei suo cittadini.
Con la guerra del ’48 lo Stato ebraico s’ingrandì rispetto al piano di spartizione dell’ONU, occupando anche la parte occidentale di Gerusalemme. L’ipotizzato Stato arabo di Palestina non vide la luce ed un milione di profughi arabi abbandonarono i territori occupati da Israele e si ripararono nei territori vicini. Cominciò così il dramma palestinese, sul quale si sarebbe poi incentrato il conflitto arabo-israeliano.
Il Medio Oriente, con la guerra fredda, rappresentò non solo un pericoloso focolaio di tensione a causa delle persistenti ostilità fra Israele e i paesi arabi ( che continuavano a non voler riconoscere lo Stato ebraico), ma fu anche un terreno di scontro fra U.S.A. ed U.R.S.S., divenuta protettrice dell’Egitto, mentre gli Stati Uniti sostenevano con decisione Israele.
Nel 1967 il presidente egiziano Nasser bloccò un canale vitale per gli approvvigionamenti israeliani e strinse un patto militare con la Giordania (ex Transgiordania). Gli Israeliani risposero lanciando un attacco preventivo contro Egitto, Giordania e Siria. La guerra si risolse in sei giorni e fu disastrosa per gli arabi. La Siria, la Giordania e l’Egitto persero tutte dei territori che confluirono in quelli israeliani, tra questi vi era anche la parte orientale di Gerusalemme, che venne successivamente annessa dallo Stato ebraico e proclamata sua Capitale.
Le perdite israeliane furono lievissime in proporzione a quelle arabe e nel frattempo altri 400.000 palestinesi dovettero partire per andare ad ingrossare le fila dei rifugiati nei campi profughi nelle vicine nazioni arabe. Fra le conseguenza di questa sconfitta araba vi fu, tra le altre, il distacco dei movimenti di resistenza palestinesi, riuniti nell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), dalla tutela dei regimi arabi.
A partire dal 1969 l’Olp fu guidata da Yasir Arafat, che pose le sue basi in Giordania, creando uno Stato nello Stato, ma successivamente il re di Giordania, esposto alle rappresaglie israeliane a causa degli attacchi terroristici dei combattenti palestinesi, reagì con la mobilizzazione delle sue truppe contro i combattenti e i profughi palestinesi, che – dopo aver avuto migliaia di morti, furono ricostretti a ripartire nel vicino Libano. Da allora l’Olp avrebbe esteso la lotta terroristica sul piano internazionale, con una serie di dirottamenti aerei e di attentati clamorosi, come quello di Monaco contro gli atleti israeliani durante le Olimpiadi del 1972.
Nel 1970 alla morte di Nasser, il suo successore procedette con un nuovo attacco ai danni di Israele, ma quest’ultimo riuscì a capovolgere le sorti del conflitto, grazie anche ai massicci aiuti americani. Gli Stati arabi decretarono allora la chiusura del Canale di Suez e il blocco petrolifero contro i paesi amici di Israele, conferendo alla crisi una dimensione globale, con grandi conseguenze sugli equilibri economici internazionali.
Successivamente alla rivoluzione iraniana del 1979 l’integralismo islamico ha assunto un notevole peso e la sua diffusione ha suscitato non poche preoccupazioni in Occidente, a causa della sua carica aggressiva nei confronti delle altre religioni, e ancor più verso le società laiche e secolarizzate. La minaccia integralista è cresciuta maggiormente tra fine del ‘900 e l’inizio del nuovo secolo quando i fondamentalisti musulmani appartenenti ad Al Qaeda, invocando il Jihad, hanno messo a segno una serie di attentati terroristici, tra i quali quello compiuto ai danni degli Stati Uniti con l’abbattimento delle “Torri gemelle”. L’integralismo, però, rappresenta solo una corrente minoritaria del mondo musulmano e non è una prerogativa esclusiva dell’Islam: correnti integraliste sono da sempre attive nell'ambito delle Chiese cristiane e nel mondo ebraico.
Il Medio Oriente è sempre stata una zona di grande rilievo strategico fin dall'antichità. Negli ultimi decenni del novecento questa centralità fu accentuata dall'intrecciarsi di tre fattori:
• L’accresciuto interesse, all'indomani della crisi del 1973-74, del mondo industrializzato per la risorsa petrolio, le cui riserve erano concentrate per la maggior parte (oltre il 60% secondo calcoli del 2005) nella regione mediorientale;
• L’aggravarsi e il cronicizzarsi del conflitto arabo-israeliano per la Palestina;
• La rinascita, in forme nuove e aggressive, del fondamentalismo islamico.
Tre fattori che avrebbero trasformato il Medio Oriente nell'area più instabile e “calda” del pianeta, da cui provengono i maggiori pericoli per la pace globale. Per quanto riguarda il conflitto arabo-israeliano nuove prospettive di pace si intravidero quando l’Egitto si convinse ad uscire dal perenne stato di guerra e si riavvicinò alla politica statunitense, impegnandosi come nazione filo-occidentale. Il presidente egiziano formulò personalmente al Parlamento Israeliano la sua offerta di pace. Il governo Israeliano accolse la proposta e con la mediazione del presidente americano Carter si giunse agli accordi di Camp David nel 1978, a cui seguì un trattato di pace nel ’79. La scelta del presidente egiziano fu però condannata dalla maggioranza degli Stati arabi ed egli fu ucciso al Cairo in un attentato organizzato da un gruppo integralista islamico.
Gli accordi di Camp David prevedevano ulteriori negoziati, a livello globale, per la soluzione del problema palestinese: questi negoziati non furono mai avviati. L’ostacolo principale vennero proprio dagli Stati arabi e dall’Olp, che denunciarono il “tradimento” dell’Egitto e rifiutarono ogni trattativa con il “nemico storico”. Successivamente a partire dagli anni ’80, gli Stati arabi moderati (tra cui la Giordania e l’Arabia Saudita) e la stessa dirigenza dell’Olp assunsero una posizione più morbida e, sfidando la condanna del c.d. “fronte del rifiuto” (Siria, Iraq, Libia e l’ala radicale delle organizzazioni palestinesi), si dissero disposti a trattare con Israele e a riconoscerne l’esistenza in cambio di un suo ritiro dai territori occupati (Cisgiordania e strisci di Gaza), dove sarebbe dovuto sorgere lo Stato palestinese.
A questo punto, però, furono i dirigenti dello Stato ebraico – che aveva frattanto avviato una parziale “colonizzazione” dei territori occupati - a rifiutare la trattativa con l’Olp di Arafat, considerata un’organizzazione terroristica, e a opporsi alla creazione di uno Stato palestinese, visto come una minaccia permanente all'esistenza della stessa Israele.
Nel 1991, grazie soprattutto agli sforzi del presidente americano Bush, fu convocata a Madrid la prima sessione di una conferenza di pace sul Medio Oriente in cui i rappresentanti del governo israeliano incontrarono delegazioni dei paesi confinanti che non avevano ancora riconosciuto lo Stato ebraico, ed esponenti palestinesi dei territori occupati. Un’ulteriore spinta al processo di pace avvenne nel 1992, dalla vittoria del partito laburista nelle elezioni politiche israeliane, dopo quasi un ventennio di egemonia del Fronte nazionalista. Il nuovo primo ministro, Rabin, bloccò i nuovi insediamenti ebraici nei territori occupati e si mostrò più propenso dei suoi predecessori alla pace. Una nuova svolta storica si ebbe nel 1993, quando Rabin e il ministro degli Esteri Shimon Peres decisero di trattare direttamente con l’Olp e con Arafat, nel frattempo indebolitosi politicamente per l’appoggio fornito a Saddam Hussein durante la guerra del Golfo ed isolato all'interno dello stesso mondo arabo. Un primo trattato segreto fu firmato ad Oslo e prevedeva, oltre al reciproco riconoscimento, un avvio graduale all'autogoverno palestinese nei territori occupati (compresa la striscia di Gaza). Nel 1993 l’accordo fu solennemente sottoscritto a Washington da Rabin e Arafat , sotto gli auspici del presidente Bill Clinton. Anche se questo trattato fece insorgere parecchie speranze sulla pace, in realtà restavano aperte ancora troppe questioni rilevanti:le forme, i tempi e l’ulteriore estensione dell’autogoverno che i palestinesi consideravano la prima tappa per la creazione di uno Stato indipendente; il destino degli insediamenti ebraici nei territori occupati; la sorte di Gerusalemme; l’atteggiamento ostile di Iran e Siria; l’opposizione dell’ala intransigente dell’Olp e della destra nazionalista israeliana; la minaccia proveniente dai movimenti integralisti islamici che rifiutavano ogni prospettiva negoziale. L’attività terroristica di quei gruppi si intensificò col frequente ricorso ad attentati suicidi che fecero numerosissime vittime tra le forze armate e la popolazione civile di Israele. I continui attacchi provocarono nella società israeliana un diffuso senso di insicurezza, tradottosi anche nella crescita di gruppi estremistici a sfondo nazionalistico e religioso (in questo clima maturò la strage di palestinesi nel 1994 da un colono estremista israeliano nella moschea di Hebron in Cisgiordania). Questa spirale di violenza e fanatismo ebbe il suo culmine con l’omicidio del premier Rabin, avvenuta nel 1995, per mano di un giovane estremista israeliano. Privato della sua guida più autorevole, il partito laburista perse le elezioni politiche del ’96, le quali furono vinte da una coalizione di destra guidate da Benjamin Netanyahu e formata da quei gruppi che si erano opposti alle trattative con l’Olp. Nel 1998, ancora una volta sotto la pressione americana, Netanyahu e Arafat firmarono negli Stati Uniti un nuovo accordo che fissava i tempi del ritiro israeliano dai territori occupati, in cambio di un più forte impegno da parte delle autorità palestinesi nella repressione del terrorismo. Nel 1999 le elezioni politiche israeliane furono vinte nuovamente da una coalizione di centro sinistra. Nel 2000 il presidente americano Clinton, convocò le parti per una nuova tornata di colloqui di pace di Camp David. Questa volta gli israeliani si mostrarono disposti a trattare anche su problemi fino ad allora mai affrontati, come quello di Gerusalemme e quello del ritorno dei profughi nel futuro Stato palestinese. L’accordo per la pace, però, saltò nuovamente soprattutto a causa dei contrasti relativi alla sovranità sui luoghi santi di Gerusalemme. Dalla pace mancata si passò allo scontro generalizzato. A innescare lo scontro, nel 2000, fu una visita di Sharon, leader della destra israeliana, alla spianata delle moschee di Gerusalemme: una provocazione agli occhi dei palestinesi che reagirono scatenando la seconda intifada, la quale fu molto più cruenta della prima (avvenuta nel 1987). Il conflitto si estese dalle zone occupate alle stesse città israeliane che furono oggetto di una serie di attacchi terroristici, spesso suicidi, condotti contro la popolazione civile da organizzazioni estremistiche come Hamas: un movimento islamista rapidamente radicatosi negli starti più poveri della società palestinese, che seppe alternare la pratica del terrorismo alle attività sociali ed assistenziali. Il senso di paura ed insicurezza diffusosi in Israele condusse nel 2001 alle elezioni anticipate che videro la vittoria del centro destra, guidato proprio da Sharon. Il nuovo governo alzò ulteriormente il livello della risposta militare, e giunse a contestare l’autorità di Arafat, considerato un interlocutore non più credibile per la sua incapacità di bloccare gli atti di terrorismo che pure ufficialmente condannava. La situazione continuò ad aggravarsi e deteriorarsi con la decisione del governo di Israele, nel 2002, di costruire una barriera difensiva per proteggere i confini storici di Israele dalle infiltrazioni di terroristi, azione che se pur fece diminuire il numero di attentati, fu condannata dal mondo arabo e dalla comunità internazionale per il suo carattere unidirezionale ( e anche perché il tracciato includeva parti di territorio palestinese). Nel 2004 Arafat morì, due anni più tardi, nel 2006, anche Sharon passò a miglior vita.
Anche se nuovi spazi alle trattative sembravano aprirsi con la successione del moderato Abu Mazen alla guida dell’Olp, le speranze furono deluse dalla vittoria alle elezioni politiche palestinesi degli estremisti di Hamas, fermi nel rifiuto di riconoscere Israele. Dalla striscia di Gaza, non più occupata (secondo la decisione di Sharon nel 2005) continuarono a partire missili contro lo Stato ebraico, che rispose con pesanti rappresaglie, mentre a Gaza scoppiava una guerra civile,nel 2007, causata dallo scontro delle organizzazioni rivali di Hamas e Al Fatah.

Queste appena scritte sono solo piccole porzioni di storia che dovrebbero far comprendere che la natura degli scontri che si stanno verificando in questi giorni sulla striscia di Gaza sono il risultato di contingenze storiche ed interessi politico finanziari, e sono al di sopra dell’odio etnico, il quale può essere visto solo come il risultato di questi fenomeni. Finché l’ONU non provvederà a risolvere la questione con un intervento decisivo ed inflessibile, mirante ad imporre dall'alto alle due popolazioni in lotta una soluzione, questa carneficina potrà concludersi in una sola maniera: lo sterminio o lo sgombero di tutti i palestinesi presenti ancora nell'area.

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