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Cina comunista

In Cina al termine della guerra e dell’occupazione giapponese (1945) si riaccese la guerra civile tra i nazionalisti (Guomindang) e i comunisti guidati da Mao Zedong. Nel 1949 la guerra si concluse con la vittoria comunista ed i nazionalisti si ritirarono nell’isola di Taiwan (Formosa).
La Cina divenne allora uno Stato socialista, fino al 1960 legato all’URSS, e il governo avviò una serie di profonde trasformazioni economiche e politiche: venne favorito lo sviluppo dell’industria, soprattutto quella pesante, la terra fu distribuita ai contadini, poi unita in cooperative e infine in comuni agricole (1958), venne diffusa l’assistenza medica e venne lanciato un vasto programma di alfabetizzazione.
Gli errori commessi nella pianificazione economica provocarono crisi e anche gravi carestie (1959-1961) che causarono milioni di morti, ma complessivamente vi fu un netto miglioramento del livello di vita della popolazione e la speranza di vita (durata media della vita) aumentò.

All’interno del Paese non venne garantita alcuna libertà ai cittadini e non fu ammessa nessuna forma di dissenso. Le minoranze nazionali presenti nel territorio furono rigidamente controllate: il Tibet, che si era dichiarato indipendente dopo la rivoluzione cinese (1913), fu riconquistato (1951) e ogni tentativo di rivolta fu soffocato: la repressione della rivolta del 1959 provocò circa 65.000 morti.


[img]http://http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6d/Flag_of_the_Chinese_Communist_Party.svg[/img] bandiera cina comunista

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