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Antico Regime - Contesto sociale, militare e politico scaricato 1 volte

Antico regime - Politica, guerre e società

Con il termine “antico regime” si intende un periodo storico che coinvolse l’Europa dal 1648, con la fine della Guerra dei trent’anni, al 1789, data della rivoluzione francese. Fu un periodo di consolidamento economico e politico, con l’affermazione di una nuova idea di stato. Fu un’epoca di stabilità: le guerre che furono combattute non furono di conquista, ma di “assestamento” del nuovo ordine. La società vide la prepotente ascesa della borghesia, padrona non solo delle ricchezze ottenute con il proprio lavoro, ma anche dei principali ruoli dell’amministrazione e della burocrazia dei vari stati europei. Lo stato fu “centralizzato”, privando la nobiltà del potere che aveva ereditato dai privilegi medievali, e “razionalizzato”, reso come una macchina, con l’alta borghesia che ricopriva le alte cariche statali. Per comprendere cosa è stato quindi l’antico regime bisogna tanto analizzare aspetti politici e militari, quanto filosofici, economici, demografici e sociologici.

La grande trasformazione che porta l’Europa dal medioevo all’età moderna, e quindi all’antico regime, è che non vale più la vecchia legge “lex facit regem”: in questo periodo cambia totalmente l’idea di stato, che diventa “assoluto, nel quale “Rex facit legem”. Si perdono quindi le consuetudini medievali che davano alla nobiltà il vero potere: il centro dello stato ora è il monarca, affiancato da un complesso e razionalizzato apparato burocratico gestito dall’emergente borghesia.
Questa nuova idea di stato, veicolata dal giusnaturalismo di Hobbes, trova la propria consacrazione nella Francia di Luigi XIV, ma anche in stati come la Russia e la Prussia, che abbandonarono un sistema ancora fortemente feudale a vantaggio di uno moderno. Il monarca è “assoluto”, sciolto da qualsiasi vincolo e al di sopra di qualsiasi legge fatta da lui: i sudditi firmano un contratto in cui gli cedono tutte le loro libertà affinché possano vivere in un contesto che li possa tutelare. Questo è il principio alla base dell’idea di stato nell’antico regime.


Per comprendere l’antico regime bisogna capire i cambiamenti della società in questo periodo storico. Vigeva una divisione in “ordini”, in quanto statici, piuttosto che in “classi”, poiché queste negli anni possono cambiare. Quella del ‘600 è la società della disuguaglianza: la nobiltà e il clero mantennero infatti i propri privilegi, come l’esenzione dalle tasse, e venivano giudicati “inter pares”; non esisteva infatti l’idea di legge uguale per tutti, ma quella di un tribunale per ogni ordine sociale. Questa disuguaglianza era accettata per consuetudine dalla borghesia, il cosiddetto “terzo stato”, che comprende tanto i piccoli artigiani quanto i ricchi banchieri e mercanti. La borghesia possiede il valore del lavoro, della fatica corrisposta a un guadagno come cosa positiva. Quest’idea porta a una rivalutazione della povertà e dell’accattonaggio (messo al bando in Inghilterra nel 1598 con il “poor act”): nessuno ha diritto ad avere denaro senza lavoro, ma ci si può iscrivere ai “registri dei poveri”, per ricevere dallo stato un sostentamento in cambio di umili lavori nel sociale. In questo periodo nasce la “Nobles de robe”, la nobiltà di toga, composta da borghesi che vanno a ricoprire ruoli burocratici e amministrativi al posto dei nobili di sangue, affinché questi non intralcino il potere assoluto del sovrano.

Prima della rivoluzione industriale la popolazione crebbe lentamente. Guerre, epidemie e carestie contribuirono a tenere la popolazione pressoché costante per tutto il ‘600. La demografia ci dice infatti che la mortalità, soprattutto infantile, era ancora molto alta, e la vita media non superava i 30 anni. La popolazione ricca era compresa fra lo 0,5% e il 2% del totale. Quella povera si concentrava soprattutto in campagna, anche se con fenomeni come la recinzione degli “open fields” inglesi fu costretta a spostarsi nelle periferie, dando vita a quella che diventerà la classe operaia del ‘700 e ‘800 dopo la rivoluzione industriale. Le poche grandi città erano Costantinopoli, Londra, Napoli, Firenze e Roma, ma contenevano solo il 15% della popolazione totale, e subivano problemi idrici, sanitari e di fognature.
Nel ‘600 Cambia l’economia: le corporazioni falliscono poiché i ricchi borghesi, gli imprenditori del loro tempo, aggiravano le loro leggi e prendevano manodopera sottopagata (il cosiddetto “domestic system”). Furono anche istituite delle industrie di stato, controllate e gestite dagli apparati amministrativi, che presero l’eredità delle vecchie corporazioni medievali.
La figura del monarca assoluto che più incarna la filosofia del giusnaturalismo di Hobbes e al quale si opporrà fermamente la rivoluzione francese fu LUIGI XIV, detto il “re sole”. Prese il potere dopo la reggenza di Mazarino e della regina madre, non senza l’opposizione dei nobili (come nell’attacco alle Tuileries, la residenza monarchica). Il suo governo fu basato sulla centralizzazione del potere e la formazione di un solido apparato burocratico, che controllasse le entrate e che eliminasse la corruzione. Prese fin da subito il ruolo di primo ministro, ed esautorò il parlamento –dei nobili- da qualsiasi decisione. Il nuovo apparato amministrativo/burocratico era composto dagli “intendenti”, funzionari pubblici che dipendevano direttamente da lui. La nobiltà fu sradicata dai propri luoghi di appartenenza, nei quali esercitava ancora un potere di tipo feudale: tutti gli aristocratici furono portati nella nuova corte di Versailles, una gabbia dorata che li ridusse a dei “giullari”, uomini senza alcun potere, sotto il costante controllo del re. Luigi fondò il “consiglio segreto di stato”, composto da ministri provenienti dalla borghesia, come Colbert, ministro delle finanze, che attuò la politica economica del MERCANTILISMO, con la quale limitava le importazioni grazie a gravose imposte sui beni provenienti dall’estero e incentivava l’esportazione. Istituì anche aziende di stato, come gli “opifici regi”.
Un grande paese deve avere un eccellente esercito, e così volle fare il Re Sole, con la formazione di nuove milizie specializzate e con la costruzione di nuove fortificazioni nel territorio. Furono espansi i confini nazionali e coloniali.
Per ottenere l’unità politica fu necessaria anche l’unità religiosa. Per questo Luigi espulse i calvinisti dal paese chiuse Port Royal, il principale centro di cultura Giansenista, dal quale proveniva anche Blaise Pascal. Fondò quindi il “Gallicanesimo”, una derivazione della chiesa cattolica che vedeva come massima autorità il re e non più il papa.
Un altro stato simbolo dell’antico regime fu la Russia di Pietro il grande, che ereditò la cultura bizantina importata da Ivan III 200 anni prima, ma che contemporaneamente cercò di superare i freni al progresso rappresentati dalle consuetudini medievali e da un sistema feudale ancora radicato. Dopo un viaggio in Europa, Pietro cercò di imitare ciò che aveva appreso in occidente. Salì al trono nel 1689, a soli 17 anni. La sua politica fu incentrata sul combattere i “boiari”, la nobiltà latifondista russa (emblematico è il quadro nel quale è rappresentato nell’atto di tagliare la barba a questi nobili). Sostituì la “Duma”, il parlamento aristocratico, con un consiglio di 9 persone nominate da lui. Attuò una “gerarchizzazione” di stampo militare dell’apparato burocratico, con tanto di gradi come per i soldati. Per controllare la chiesa istituì un “santo sinodo”, composto da membri scelti da lui (1721). Ma la grande rivoluzione fu la sua decisione di fondare una nuova capitale che mostrasse i fasti di un paese rivitalizzato dalla politica del suo monarca: nasce San Pietroburgo, città costruita da ingegneri e architetti in gran parte italiani in una posizione strategica sul mar Baltico. Nonostante ciò la Russia rimase un paese di grandi contraddizioni, con il persistere del grande latifondo e della servitù della gleba.
La Prussia nasce dalla “secolarizzazione” dei territori dell’ordine teutonico. Inizialmente era divisa tra il Brandeburgo e la Prussia orientale, per poi essere unificata (i territori contesi erano il cosiddetto “corridoio polacco” che divideva il paese anche nel 1939 e che divenne il casus belli per lo scoppio della seconda guerra mondiale). Il primo grande re della Prussia fu Federico I, con il quale però il paese era ancora legato a un sistema economico e politico medievale. La rivoluzione si ebbe con Guglielmo I, il re sergente, che diede un’impronta di tipo militare allo stato. Prese il titolo di Kaiser (che deriva da Caesar, così come la parola Zar, che deriva dal russo antico “C’zar”). Il Kaiser operò una razionale e capillare politica fiscale, con la quale migliorò le entrate dello stato. Istituì un esercito di 80000 persone su una popolazione di soli 2 milioni. Il successore di Guglielmo fu Federico II, despota illuminato che si distinse per la sua politica molto lontana da quella di un monarca assoluto.
Le guerre che si combatterono fra ‘600 e ‘700 furono di “assestamento”, combattute in seguito a crisi dinastiche affinché nessuna nazione diventasse più potente di un’altra.
Il primo di questi conflitti fu la guerra di successione spagnola. Il re Carlo II di Spagna era infatti morto senza eredi diretti. Il trono doveva quindi, per parentela, passare a Carlo d’Asburgo (il futuro imperatore Carlo IV). Il defunto re aveva indicato però nel proprio testamento Filippo V d’Angiò, nobile francese. Col timore che la corona iberica potesse unirsi a quella di Luigi XIV fu istituita una coalizione guidata da Austria e Inghilterra. La guerra si concluse con la vittoria francese, ma le due paci di Utrecht e Rastadt sancirono la salita al trono di Filippo a patto che le due corone non si unificassero. L’Inghilterra inoltre ottenne alcune basi strategiche nel mediterraneo, mentre l’Austria ottenne il meridione italiano.
La guerra di successione polacca fu scatenata invece dalla morte senza eredi del re Augusto II. Nella dieta per eleggere il re fu proposto dalla Francia di Luigi XV Stanislao Lescinsky, mentre Austria e Russia candidarono Augusto III. Scoppiò quindi il conflitto che vide Augusto diventare re, e l’Austria ricevere il nord Italia. I Borbone con Carlo (figlio del re di Spagna), che in precedenza governavano il ducato di Parma e Piacenza e il granducato di Toscana, ottennero il meridione con la battaglia di Bitonto.
La corona di Napoli passò dunque ai Borbone. Carlo, detto Don Carlos per semplificare, poiché doveva essere Carlo VI di Napoli ma poi divenne III di Spagna, intraprese una politica di tipo illuminata, portando dal suo vecchio governo in Toscana personalità come Bernardo Tanucci. Non poté rinunciare però alla candidatura a re di Spagna e lasciò su trono Ferdinando III, il “re lazzarone”, e portò con se il figlio minore, futuro re di spagna Carlo IV.
In Austria invece Carlo VI non ebbe eredi maschi e con la “prammatica santione” stabilì che la corona passasse alla figlia Maria Teresa. Il momento di debolezza dato dalla successione diede la possibilità alla Prussia di sottrarre la Slesia all’Austria, che tentò una riconquista fallimentare. La Prussia divenne lo stato più potente in Germania, tanto che proprio da lei partirà l’unificazione nel 1870.

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