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Piero della Francesca - una pittura intellettuale


Figura fondamentale dell’ambiente culturale e artistico di Urbino fu Piero di Benedetto de’ Franceschi (1412 circa 1492), detto Piero della Francesca, il cui stile cristallino ed essenziale sarà punto di riferimento per molti pittori fino al Novecento. Nato a Borgo San Sepolcro (oggi San-sepolcro), sul confine tra Toscana e Umbria, dopo un breve apprendistato locale si formò a Firenze: qui ebbe modo di studiare le opere degli artisti che vi avevano lavorato e vi lavoravano, sviluppando quelle che sarebbero diventate le note dominanti della sua pittura. Nella città medicea fu collaboratore di Domenico Veneziano, dal quale assimilò l’uso di una luce piena e limpida, mentre da Paolo Uccello apprese la passione per la prospettiva. Le novità di Masaccio furono da lui interpretate in modo del tutto personale, più razionale: Piero mantenne la plasticità dei volumi, ma eliminò il pathos e la drammaticità dominanti nelle opere del pittore valdarnese.
Il risultato è una pittura profondamente intellettuale, nella quale nessuna forma è lasciata al caso e i personaggi, composti e solitari, invitano alla meditazione silenziosa. A ogni apparenza visibile è dedicata un’indagine che ne pone in evidenza l’essenza e le componenti geometriche, alla ricerca di una purezza che va ben oltre l’aspetto formale e finisce per investire la spiritualità stessa delle cose. L’atmosfera dei dipinti è solenne e umana al tempo stesso, realistica nella rappresentazione dello spazio e della luce eppure come purificata. I personaggi, immobili e solidi, sembrano esserlo anche nella volontà e nella forza morale, esempi di un’umanità superiore, pacata e severa, lontana dalle angosce e dalle lotte della quotidianità.
Lasciata Firenze nel 1440, Piero della Francesca ritornò a Borgo San Sepolcro, dove realizzò la sua prima opera nota tra le poche rimaste, il Battesimo di Cristo (1440-45). È uno dei dipinti più celebri del Rinascimento, costruito in modo rigorosamente geometrico: sulla bisettrice verticale della tavola sono posti Gesù e, in sequenza dal basso verso l’alto, la mano di san Giovanni che lo battezza e la colomba dello Spirito Santo; questa è il centro ideale della composizione ed è dipinta in scorcio, in modo da suggerire la dimensione della profondità. Il realismo spaziale è reso anche grazie al corso del fiume e alla posizione delle gambe dei personaggi, che attraverso sottili giochi prospettici conducono lo sguardo dello spettatore dall’albero a sinistra, che spezza la centralità della composizione, al paesaggio sullo sfondo. Ogni parte del dipinto è perfettamente bilanciata e in relazione con le altre. Assoluta protagonista è la luce, solare e chiarissima, quasi soprannaturale, che nobilita il corpo di Cristo ma anche quello del battezzando sulla destra, perdendosi in un cielo terso, percorso da nuvole vere, che si rispecchia nel Giordano assieme al paesaggio circostante in suggestivi riflessi. Nelle sue strette anse il fiume ricorda il Tevere presso Sansepolcro, anche se qui sembra un piccolo ruscelletto di campagna, così come le dolci colline sullo sfondo sono quelle che Piero vedeva intorno alla sua città natale.
Ai lati di Cristo, simmetricamente, l’albero e la figura di san Giovanni isolano il protagonista dai comprimari, contribuendo a renderne la presenza ancora più incisiva. Tutte le figure sono solenni come statue di marmo, prive di espressioni o emozioni, eterne come la fede; il gesto del Battista è lento e maestoso. La compattezza del corpo di Cristo viene replicata dalla cilindrica solidità del tronco d'albero a sinistra. Unico gesto naturalistico e spontaneo è quello del battezzando che si spoglia, folgorante squarcio di realtà in un’opera profondamente simbolica e idealizzata. Complesse allegorie sono infatti legate ai personaggi: i tre angeli che si tengono per mano sulla sinistra rappresentano la Trinità e la concordia, virtù invocata per la riunificazione delle chiese d’Occidente e d’Oriente in occasione del concilio di Firenze (1439), in cui si discuteva il dogma trinitario e a cui alludono anche i personaggi in abiti orientali sullo sfondo, che ricordano il seguito dell’imperatore di Bisanzio Giovanni VIII Paleologo.
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