Video appunto: Jacques-Louis, David - Vita e opere

Jacques-Louis David



Per David l’antico era insieme di modello di bellezza assoluta e supremo esempio di virtù morale e civica. Il recupero del classico fu dunque lo strumento per tradurre in pittura il suo impegno etico, che trovava nell’antico i suoi modelli di libertà.
David nacque a Parigi nel 1748 e si formò nella capitale francese, allora dominata dal gusto rococò; grazie alla vittoria del Prix de Rome si recò a Roma nel 1774.
In Italia studiò diversi capolavori. Parma, Bologna, Firenze, Napoli, Pompei, Ercolano e Roma gli fornirono l’occasione di accostarsi alla forma perfetta di Raffaello, alla cromia sapiente dei Carracci e della scuola bolognese e allo straordinario realismo di Caravaggio. Tornò in Francia nel 1781 e cercò di ricercare uno stile più sintetico e severo, lontano dagli ornamenti e dai soggetti frivoli del Rococò.

Belisario chiede l’elemosina (1781)



Il quadro narra un episodio, storicamente infondato, attribuito a Belisario, un celebre generale bizantino al servizio di Giustiniano: caduto in disgrazia negli ultimi anni di vita e ormai cieco, l’uomo fu riconosciuto da un suo soldato mentre chiedeva l’elemosina. La composizione risulta di immediata leggibilità, impostata su una diagonale ascendente verso sinistra. In primo piano ci sono i protagonisti: Belisario abbracciato a un fanciullo, che allunga l’elmo per ricevere le monete, e la donna che pietosamente fa l’elemosina; invece sullo sfondo si apre uno scorcio di paesaggio con rovine antiche. A unire i due piani, si erge la figura del soldato che appena riconosciuto il vecchio comandante. I colori sono brillanti e in contrasto tra loro, mentre le figure appaiono solide, bloccate nei gesti quasi fossero sculture. Per David l’arte doveva svolgere un ruolo morale: la vicenda di Belisario va letta come una meditazione offerta sulla caducità della gloria, sull’ineluttabilità della vecchiaia e sulla necessità di conservare la forza morale anche nelle avversità.

Il giuramento degli Orazi



La tela venne commissionata dalla Corona Francese ed eseguita nel corso del secondo soggiorno di David a Roma (1784-1785). Per il soggetto David si ispirò alle vicende degli Orazi narrate dallo storico romano Tito Livio, ma anche all’Horace del drammaturgo francese Pierre Corneille.
La storia narra che durante la guerra tra Roma e Alba Longa (VII sec. A. C.), le due fazioni opposte decisero di risolvere il conflitto con uno scontro diretto fra tre fratelli albani, i Curiazi, e tre fratelli romani, gli Orazi. Dopo la vittoria, l’unico superstite, un Orazio, uccise la sorella Camilla, colpevole di piangere la morte di un Curiazio con cui era fidanzata.
David decise di rappresentare un momento che non trova riscontro nelle fonti: quello del solenne giuramento con il quale i tre giovani Orazi, di fronte al padre, proclamano di essere disposti a sacrificare la loro vita per la patria. L’artista dunque non dà voce al sanguinoso combattimento, ma fa uscire dalle pagine della storia la determinazione dei protagonisti e il valore dell’amor patrio.
La scena è costruita con studiata e precisa scansione geometrica. L’azione ha luogo all’interno di un’elementare scatola spaziale, che ricorda gli studi prospettici del Quattrocento: a definirla sono le linee oblique suggerite dalla fuga delle mattonelle del pavimento e la chiusura sul fondo, determinata da massicce colonne.
L’uniformità cromatica delle pareti nude concentra tutta l’attenzione sul primo piano, dove, in corrispondenza delle tre arcate a tutto sesto, si collocano altrettanti gruppi di figure: i fratelli, il padre e le donne. Il padre, che solleva in alto le tre spade sancisce il vertice emotivo della scena: il gesto del giuramento.
Al ritmo rettilineo del gruppo maschile dei tre fratelli fa da contraltare la morbida circolarità del gruppo femminile: le figure sono inscritte in una semicirconferenza che sale dal piede sinistro di Sabina e attraverso il corpo della madre (avvolta in un manto scuro) e la stessa Sabina, si chiude nel braccio abbandonato di Camilla.
La contrapposizione formale rispecchia quella degli atteggiamenti: al coraggio e alla determinazione virile le donne rispondono con gesti teneramente compassionevoli. Le meste figure femminili ripropongono lo schema iconografico del compianto degli eroi morti: la madre degli Orazi stringe a sé i nipotini, mentre le altre due donne, Sabina (moglie di un Orazio) e Camilla, sono rassegnate alle conseguenze della fatale decisione.
La tavolozza cromatica rispecchia la suddivisione dei gruppi: il rosso brillante e il grigio dell’universo maschile si perdono nelle vesti femminili, improntate sulle gamme più spente dei blu e dei marroni.

Nel corso degli anni che videro Parigi trasformarsi nella culla della rivoluzione, l’anelito al rigore morale che animava David andò concretizzandosi in uno spiccato impegno civile. L’artista aderì totalmente alle idee rivoluzionarie: giacobino convinto e amico personale di Robespierre svolse un ruolo importante nella vita pubblica.

Morte di Marat



Il 13 luglio 1793 uno dei leader della rivoluzione, Jean-Paul Marat, fu assassinato da Anne-Marie Charlotte de Corday d’Armont, una nobildonna di idee politiche avverse. Su invito della Commissione, David dipinse Morte di Marat, che divenne un simbolo della lotta e degli ideali rivoluzionari.
Poiché l’opera doveva essere una sorta di “santificazione laica” di un martire per la causa rivoluzionaria, l’artista imposto la composizione ispirandosi al modello iconografico del Cristo morto.
Il cadavere di Marat emerge dall’oscurità della stanza spoglia, avvolto da un lenzuolo bianco e immerso in una vasca d’acqua, unico e quotidiano sollievo al dolore provocato da una malattia cutanea. Come rivelano la penna, la carta e il calamaio, poco prima dell’assassinio egli stava elaborando un articolo pe il giornale “L’ami du peuple”, strumento di lotta politica da lui fondato. Marat tiene nella mano sinistra il biglietto con cui la Corday aveva chiesto e ottenuto di essere ricevuta, mentre nella destra ha ancora la penna.
L’ambiente povero e quasi monacala suggerisce l’immagine di un politico austero e unicamente votato agli ideali in cui crede.

David fu uno dei pittori che celebrarono il potere assoluto di Napoleone. All’inizio della sua ascesa Napoleone si presentò proprio come il paladino delle conquiste della rivoluzione. Di Bonaparte David divenne in poco tempo il pittore ufficiale, contribuendo alla diffusione in tutta Europa di un’immagine eroica del futuro imperatore attraverso una serie di dipinti celebrativi.

Bonaparte valica il Gran San Bernardo



Il più celebre tra essi è probabilmente Bonaparte valica il Gran San Bernardo, un ritratto idealizzato dell’imperatore a cavallo mentre conduce le truppe sulle Alpi. Il quadro è occupato dalla grande mole del cavallo, che imbizzarrito solleva le zampe anteriori, dominato però dalla sicura destrezza del cavaliere; gli altri soldati sono minuscoli, sullo sfondo.
Napoleone col braccio levato indica la direzione alle truppe e allude al cielo, luogo della gloria.
La tipologia del ritratto equestre avvicina Bonaparte agli antichi imperatori; il rimando alle imprese del passato è poi esplicitato attraverso i nomi di Annibale e Carlo Magno, incisi sulle rocce in basso a sinistra, a ricordar il loro ingresso in Italia proprio dalle Alpi.
David seppe impiegare una grande qualità di tecnica e, soprattutto, una sentita e sincera adesione agli ideali del suo tempo.

Parallelamente alle opere pubbliche, David realizzò anche splendidi ritratti privati; quello di Madame Récamier è uno dei più famosi.

Ritratto di madame Récamier



Juliette Récamier era una borghese molto nota nell’élite culturale francese della fine del Settecento; icona di stile, introdusse nei salotti parigini la moda “all’antica” e contribuì all’imporsi dello stile impero, ampiamente diffuso per volontà di Napoleone. Nel ritratto David ne dà una sobria versione, alludendo alla moda dell’epoca nel divano e nel tripode in bronzo – entrambi “all’antica” – così come nell’abito e nella pettinatura della donna. All’interno di un’ambientazione essenziale, dominata da un delicato cromatismo giocato sui toni chiari, Madame Récamier è ritratta nei panni di una sorta di moderna Venere vestita. La posa è ricercata ma risulta naturale grazie alla pacatezza dello sguardo, rivolto allo spettatore. La raffinata eleganza di questo dipinto non mancherà di influenzare a Canova quando porrà mano al ritratto scultoreo di Paolina Borghese: entrambe le opere offrono uno spaccato molto significativo della cultura neoclassica, la cui modernità veniva declinata attraverso il filtro del mito e dell’antico.