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Vincent Van Gogh

Figlio di un pastore calvinista, nacque in un paesino in Olanda. Studiò presso scuola pubblica e poi in un collegio protestante, infine in una scuola presbiteriana. Lo scarso profitto lo portò ad abbandonare gli studi. Assunto da società di mercanti d'arte contemporanea, lavorò presso filiali di Londra e Parigi. Le visite frequenti ai musei per il lavoro stimolarono i suoi interessi culturali, ma un'inquietudine interiore lo divorava, fu dunque licenziato. Negli anni 80 iniziò esperienza pastorale e politica tra i minatori. Insegnò le sacre scritture, istruì i bambini, curò gli ammalati. La personale interpretazione della Bibbia gli fece maturare un'idea della religione secondo la quale i minatori che uscivano dai pozzi ricevano in sè stessi l'immagine di Dio. L'atteggiamento estremista del giovane comportò il suo allontanamento dall'incarico. Abbandonato nella miseria e nella solitudine cadde nella disperazione. Trasferitosi a Bruxelles e poi all'Aja, decide di dedicarsi alla pittura, incoraggiato dal fratello Theo (rapporto intensissimo, commerciante d'arte). Ricca corrispondenza espistolare con esso. Tra 84 e 85 raggiunti i genitori a Nuenen, dove il padre era stato trasferito, eseguì ritratti dei contadini, tra cui quello di una ragazza,

Gordina de Groot, Olio su tela, 1885, California:
secondo alcune voci divenuta sua amante. Realizzata secondo i canoni della tradizione realista olandese. Non si preoccupò di ingentilire i tratti somatici, donne e uomini furono ritratti con la loro immediata espressività.
Stile caratterizzato da pennellate decise, sottolineano irregolarità dei volti. Rivoluzionario.

Prime opere: realismo carico di contenuti sociali. Scelse come suoi maestri ideali i pittori che per tutta la loro carriera si erano dedicati alla rappresentazione di operai, artigiani, contadini e gente del popolo: Courbet (da cui scorpì il valore del colore usato in senso espressivo non naturalistico), Doumier (da cui imparò come accentuare le espressioni attraverso la deformazione), Millet.
E' evidente la ricerca dell'intensità dell'espressione. L'espressione secondo Van Gogh consisteva nel 'far uscire fuori' dalle cose il loro significato più autentico, senza ignorare la verità del reale, senza dimenticare che la natura esiste. Così dipinse i suoi contadini. L'uomo che lavora la terra e l'ambiente che gli fa da sfondo esercitavano su di lui un forte potere di attrazione. Disegnava i contadini in varie attività. Un contadini è più bello con i suoi abiti sporchi e al lavoro che la domenica con abiti eleganti mentre va in chiesa.

I mangiatori di patate, Olio su tela, Amsterdam, 1885:
è un quadro di contadini, che sa di lardo, di fumo, di vapire di patate. Cinque contadini consumano un povero pasto, composto di patate e caffè nero, dentro una misera capanna, immersa nell'oscurità appena rischiarata dalla luce di una lampada a petrolio. I colori scuri e l'atmosfera cupa vogliono rendere efficacemente la misera vita dei protagonisti. Le mani che hanno zappato il terreno, seminato e raccolto quelle patate, sono nodose e deformate dal duro lavoro. I volti, illuminati dal lume, sono abbruttiti dalla fatica e dalla rassegnazione. Vivevano una realtà di miseria e fatica ed era questa la verità che si doveva far 'uscire fuori' adottando la deformazione di Daumier,. L'opera non piacque, ma lui non se ne preoccupò e difese le sue opere. Dipinge ciò che sente e sente ciò che dipinge.

Convinto dal fratello Theo nel 1886 si trasferì a Parigi, cercava un ambiente simile a quello in cui avevano lavorato Millet, Courbet e Daumier. Parigi tuttavia era profondamente cambiata. La compagine impressionista stava scigliendosi e l'atmosfera parigina si rivelò molto meno capace di accogliere i suoi sogni. Tuttavia, colpito dalla luminosità delle tele impressioniste, ne accolse la tecnica, che gli consentiva di assecondare la sua urgenza interiore di espressione, di obbedire più al sentimento che alla ragione, di lasciare spazio alle proprie emozioni. Dipingere era per lui un sollievo. Dipinse moltissime opere di altissimo livello.
Non fu pittore per 'vocazione', ma per 'disperazione'. Questo suo sentire si percepisce bene nei tanti autoritratti realizzati dal pittore, come quello con
Il cappello di feltro, Olio su tela, Amsterdam, 1187-8:
l'artista si ritrae di 3/4, magrissimo, con gli occhi fissi ed inquieti, lo sguardo profondo posato su se stesso e le labbra serrate, facendo trasparire chiaramente il suo carattere instabile.

Nel 1888 si trasferì ad Arles, in Provenza. Prese in affitto l'ala destra di una casa di quattro stanze in Place Lamartine, la cosiddetta 'Casa gialla', dove pensava di ospitare pittori ed amici e di fondare una comunità di artisti.
Casa gialla, Olio su tela, 1888, Amsterdam:
rese l'atmosfera luminosa della Provenza con fatica.
Veduta di Arles con iris in primo piano, Olio su tela, 1888, Amsterdam:
non si era immedesimato nella natura, aveva immedesimato in sè stesso la natura. L'aveva obbligata a piegarsi, a modellarsi, secondo le forme del proprio pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, a subire le sue deformazioni.
Ritratto del postino di Roulin, 1888, Olio su tela, Boston:
non è raffigurato in modo spontaneo, ma in posa, nella sua uniforme dalle numerose sfumature blu ravvivato dagli inserti oro dei bottoni e delle decorazioni. Roulin sembrava interpretare un ruolo che Van Gogh aveva pensato per lui. L'apparente tranquillità dei personaggi nasconde qualcosa di molto più profondo: le impressioni, le sensazioni, le emozioni dell'artista.
La pittura di Van Gogh è arte d'espressione, è un'arte che non vuole esprimere la verità apparente delle cose, ma la loro sostanza più profonda. Lasciò che il suo ardore e la sua inquietudine gli guidassero la mano sulla tela, deformò la realtà guardandola attraverso la lente della sua agitazione interiore. Non si fermava alle impressioni visive che la realtà esterna gli sollecitava ma ricerva nella realtà quegli aspetti non percepibili attraverso i sensi. Prendeva il vero a pretesto per parlare di se stesso e del suo mondo interiore tormentato. Il colore era simbolo delle sue passioni, così come il tratto contorto e dinamico delle sue pennellate dense e pastose, simboleggiava la sua situazione esistenziale.

Il colore ebbe per lui il valore di una metafora. Allo stesso modo i suoi soggetti non erano dipinti per se stessi, ma venivano trasfigurati, diventando la metafora di un contrasto inconciliabile fra la vita reale e la vita interiore dell'artista. Ogni cosa ci esprime le sue aspirazioni, semplici ma irrealizzabili, le sue aspettative deluse, la sua solitudine, la sua fatica di vivere.
Due dipinti realizzati ad Arles nel 1888 sono:
CAFFE' DI NOTTE, 1888, Olio su tela, New Haven:
il locale raffigurato è il bar di Place Lamartine ad Arles. Per realizzare quest'opera trascorse nel locare tre notti di fila. Considerava il caffè notturo come l'ultimo rifugio degli urbriachi, dei vagabondi, degli artisti falliti, in cerca di conforto. E' un luogo dove ci si può rovinare, diventare folli, commettere un delitto. Attraverso i colori crea un'atmosfera infernale. E' un ambiente chiuso, privo di finestre, l'illuminazione è affidata ad alcune lampade a soffitto che diffondono una luce giallastra. I colori accesi, esasperati e discordanti comunicano una sensazione di disagio e amplificano la desolazione del locale semivuoto. L'orologio segna la mezzanotte passata, pochi clienti ubriachi e chiusi in se stessi sono accasciati sui tavolini. Solo una coppia sul fondo è intenta a conversare. Le tavole del pavimento guidano lo sguardo verso l'unica porta da cui proviene la luce radente. Le regole prospettiche sono volontariamente trasgredite e ciò destabilizza le normali percezioni spaziali. Tavoli e sedie interrotte ai bordi della tela sembrano spinte fuori dal dipinto e creano un vuoto intorno al biliardo che diventa paradossalmente protagonista dell'opera. Grande e solitario, esso è simbolo del pittore, mentre la sedia vuota in primo piano diventa metafora dell'assenza, nessuno siede accanto a Vincet per tenergli compagnia.
Camera da letto, 1888, Olio su tela, Amsterdam:
si tratta della camera del pittore nella casa ad Arles. Amava molto questo dipinto. L'ambiente è rappresentato da un punto di vista ribassato, tipico di chi guarda stando seduto. A destra vi è il grande vuoto, ma rifatto. A sinistra due sedie ed un tavolino da teoeletta posto in posizione angolare. Dietro il letto un attaccapanni con un cappello e altri indumenti. Tra i quadri appesi si riconoscono un autoritratto ed un ritratto del postino Roulin. La finestra decentrata sulla destra è semichiusa e impedisce di vedere la piazza su cui la camera si affacciava. Anche se l'intento dell'artista era quello di esprimere il senso del riposo assoluto, il quadro comunica una sensazione di vertigine claustrofobica. L'ambiente è mosso e traballante, i quadri sembra stiano per cadere, i segni scuri che fanno da contorno ai mobili, l'uso dei colori senza ombre, creano una tensione che crea senso d'angoscia. La sedia vuota in primo piano è la chiave: l'artista si identifica nel grande letto solitario, la sedia che nessuno occupa è il calore umano che non arriva ed è metafora dell'attesa. Quello che voleva essere un interno semplice e quieto, il rifugio in cui scappare per nascondersi e sottrarsi alle insidie del mondo diventa a tradimento una prigione, dove l'artista urla il suo disagio.

Raggiunto ad Arlese da Gauguin, visse un periodo di relativa tranquillità. Risale a questo periodo la serie straordinaria dei Girasoli, con le quali intendeva decorare il suo studio. Conosceva bene il significato simbolico di questi fiori, che cercò di esaltare usando una sola tonalità in tutte le sue varianti: un trionfo di giallo intenso, caldo, ottimista. Dipingendo i girasoli trasformò un semplice soggetto da natura morta in un'efficace metafora dell'energia creatrice e della forza vitale della natura.
La breve convivenza con Gaugin si rivelò un fallimento, la delusione fu così lacerante da spingere Van Gogh alla disperazione. Dopo la rottura del rapporto entrò in crisi, atterrito dalla solitudine, in preda ad una crisi violenta, si tagliò il lobo dell'orecchio sinistro. Ricoverato inizialmente presso l'ospedale di Arles, dopo quattro mesi fu convinto a farsi internare nella clinica psichiatrica di Saint-Remy. Produsse capolavori struggenti:
Notte stellata, 1889, Olio su tela, New York:
esprime una grande vitalità drammatica. E' ottenuto attraverso l'uso di segni violenti, quasi rabbiosi. Le pennellate presentano un andamento contorto e vorticoso, il colore stesso diventa materia e crea le forme. Questo ritmo concitato tende al superamento della visione naturalistica della realtà. I cipressi, alberi che l'artista amava molto, sembrano animati da una propria forza interiore, che li agita facendoli vibrare come lingue di fuoco. Le stelle ruotano verticosamente come impazzite. Ha saputo fondere una propria visione interiore con la sua percezione del mondo esterno.

Volle andare oltre la superficie, oltre le percezioni immediate, volle conquistare l'intima essenza delle cose. Il crollo psichico ad Arles fu da tutti interpretato come follia, ma non era pazzo, soffriva di allucinazioni, di melanconia, di prostrazione e di momenti di amnesia, tutti disturbi provocati e talvolta amplificati dall'abuso di alcol e di assenzio o forse da un forma di epilessia.
Nel 1890 lasciò la clinica si Saint-Remy e si trasferì presso Parigi dove fu curato dal dottor Paul Ghecet. La vita gli appariva come bloccata dal dolore, l'unica forma di consolazione era la pittura, il colore.
LA CHIESA DI AUVERS, Olio su tela, 1890, Parigi:
la strada in primo piano che si biforca , così come il prato che la circonda, è incerta e malferma; anche la chiesa presenta forme fluide ed ondulate, con un effetto vagamente ipnotico. La terra si agita e in tal modo esprime l'agitazione interiore dell'artista. Il cielo è calmo e sembra entrare nell'edificio e riempirlo; un cielo che richiama la fede in Vincent, l'unica che gli restava. La sofferenza, l'angoscia esistenziale che tormentavano l'artista erano aggravate da una totale mancanza di autostima. Si sentiva un fallito.
CAMPO DI GRANO CON VOLO DI CORVI, Olio su tela, 1890, Amsterdam:
preannunciò il suicidio dell'artista. La dipinse riversandovi tutta la disperazione, la rabbia, la solitudine che lo tormentavano. E' la trasposizione simbolica di uno stato d'animo e di una situazione esistenziale. Tutta la scena è composta da pennellate che seguono le direzioni dei piani prospettici o si accavallano. Il campo di grano, tagliato da tre viottoli, appare scosso dal vento. Uno stormo di corvi neri, resi con somplici linee nere zigzaganti, si leva in un basso volo scomposto. Una tempesta, presaga di lutto, incombe su questo paesaggio, anticipata da nubi nere e minacciose. L'azzurro luminoso del cielo, l'oro lucente del grano, vinti dal colore scuro che li copre, stanno per soccombere, come l'artista che li dipinge, in un ultimo disperato appello alla vita.
Si sparò un colpo di pistola al petto, visse due giorni in agonia, poi morì, due mesi dopo anche il fratello.

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