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[h2][/h2]Vincent Van Gogh

Stile: colori forti stesi “a punto e tratto”, tratte da riproduzioni del maestro giapponese Hokusai come anche la rinnovata prospettiva su base di stesure piatte, pennellata gestuale e materica.
Influenzerà:
• Fauves x la libertà insegnata dalle sue opere che fanno emozionare
Espressionismo = ponte tra il Romanticismo ottocentesco e il Novecento, influenzando uno dei precursori dell’Espressionismo, Edvard Munch x la liberazione della forza del colore e dalla prospettiva.

Evoluzione:
I mangiatori di patate (1885-Van Gogh Museum): rivela lo zelo con cui voleva condividere la vita dei minatori belgi presso cui predicava come pastore protestante (come suo padre), ma anche le sue iniziali ispirazioni, ovvero Seurat, per i toni cupi de La Grande Jatte, e Millet per il soggetto aspro e malinconico dei contadini. In effetti, dopo che sarà internato al manicomio Saint-Remy, van Gogh si farà inviare riproduzioni delle opere di Millet per copiarle, per cui abbiamo due Il seminatore, anche se in quello del figlio della Rivoluzione del ’48 non c’è nessun tormento di sovvertitore sociale.
• A Parigi conosce Toulouse-Lautrec, Émile Bernard, Seurat e Gauguin => Autoritratto con cappello di feltro (1887-Van Gogh Museum): iniezione di energia, abbandona toni scuri e i temi sociali, accesi contrasti di colori complementari, divisionismo non scientifico ma comunque vicino a quello di Seurat, le pennellate che seguono il verso della cosa dipinta formano una specie di aureola intorno al suo corpo a significare la sua missione quasi da santo.
• In questo periodo ebbe la relazione amorosa più intensa della sua vita con Agostina Segatori, proprietaria del famoso Café du Tambourin, dove le fece un ritratto mentre fumava in una posa che ricorda quella delle tre donne in “La prugna” di Manet, “L’assenzio” di Degas e “Polvere di riso” di Toulouse-Lautrec, quadro comprato per altro dal fratello di van Gogh, Théo.
➢ Ma questa vita non fa per lui, così si trasferisce ad Arles, in Provenza, dove sogna di fondare l’atelier du Midi, una comunità di artisti in reciproco accordo e armonia => La camera dell’artista (1889-Van Gogh Museum): interno della “casa gialla” dove aspettò con ansia il suo maestro, Gauguin. È un autoritratto per oggetti, il riflesso dell’ordine mentale con cui vorrebbe vivere lì, con una prospettiva soggettiva e quasi elementare che però colpisce lo spettatore addirittura fisicamente, quasi provocasse una perdita di stabilità. Per “sottrazione” esegue altri due ritratti:
o La sedia di Vincent mostra una prospettiva particolarmente dissestata perché non coincidente a quella del pavimento sottostante, in più senza ombre, La sedia di Gauguin invece è più scura, come rivela la candela accesa, e dipinta per colori complementari, tentativo di citazione dello stile dell’amico. In effetti, i due vivono insieme per pochi mesi per disaccordi in fatto di pittura, due concezioni troppo opposte seppur entrambe in rottura col passato.
o Eppure si dedicano dei quadri uno all’altro, come Van Gogh che dipinge i girasoli e Autoritratto (Les misérables) di Gauguin, o Autoritratto dedicato a Paul Gauguin di Van Gogh (1888-Cambridge): “come un bonzo, adoratore dell’eterno Buddha” scriverà Vincent al fratello, ovvero come un asceta, magro, sofferente, con capelli rasati, quasi il profeta che diceva il filosofo ottocentesco Schelling. Il verde dello sfondo ricorda le stampe giapponesi ma serve anche da contrasto con i capelli rossi.
o Terrazza del caffè in Place du Forum ad Arles la sera (1888-Otterlo, Museo Kröller-Müller): lo scorcio notturno di una via ricorda l’Avenue de Clichy di Louis Anquetin.
o Il ponte di Langlois ad Arles (1888-Otterlo): un “Giappone europeo”, un tanto sperato paradiso terrestre calmo e allegro. Parte di una serie.
o I girasoli (1889-Van Gogh Museum): uno degli ultimi di una serie in cui è sempre più accentuato il giallo, che dà un senso di allegria smisurata, proprio come si sentiva Vincent.
➢ Dopo la rottura con Gauguin e l’automutilazione all’orecchio di Vincent, il pittore è colpito da diverse crisi nervose che si riflettono nei quadri di questo periodo e che lo portano al ricovero nella clinica per alienati mentali di Saint-Remy, dove dipinse in un vero e proprio furore creativo => Autoritratto (1889-Musée d’Orsay): la pennellata si fa turbinosa, il pittore è come prigioniero dei vortici dietro di lui e sulla sua giacca, la gioia di vivere di Arles si è spenta, ora è corrucciato.
o La notte stellata (1889-New York): i vortici sono ossessivi e inquietanti rivelando un terrore interiore. Solo gli astri sono salvi da questo processo, anzi sono formati dai punti fermi dei turbini, espressione della realtà che Van Gogh vedeva dalla finestra del manicomio. La natura non è minimamente realistica, è più grandiosa come quella di Caspar David Friedrich.

• Muore suicida nel 1890, dopo meno di cinque anni di produzione artistica che però lascia ai suoi eredi circa un migliaio di quadri, mai venduti durante l’esistenza di Vincent, e che ora riempiono due musei (Kröller-Müller e Van Gogh) nella sua Olanda, senza contare le 821 lettere all’amato Théo, un altro specchio della sua anima.
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