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Gli anni ad Arles

Nel 1888 dopo appena due anni di permanenza a Parigi, Van Gogh lascia la capitale e si trasferisce ad Arles. È un periodo molto fecondo, in questo periodo realizza 200 opere, ma questa velocità di realizzazione proveine soprattutto dal suo dissidio interiore. Le opere sono un po’ traballanti perché man mano nel tempo esce e entra dagli ospedali psichiatrici. Nei paesaggi dipinti in questo periodo, come nella “La piana della Crau presso Arles”, l’artista esalta la nota dominante di quanto si mostra ai suoi occhi e cerca di cogliere ed esprimere l’essenza del reale puntando su un colore che racchiuda tutta l’energia vitale possibile. Si tratta, spesso, del giallo, grazie al quale si percepisce la luce e il calore. In questo luogo Van Gogh ha il desiderio di costruire una comunità di artisti che possano lavorare insieme. Egli si aspetta molto dalla collaborazione di Gaugin. Ma il progetto non ottiene l’esito sperato e anzi, durante il soggiorno ad Arles, si verifica un peggioramento delle sue precarie condizioni mentali. Il rapporto con Gaugin, si fa presto difficile e il pittore parigino abbandona il compagno. Per la delusione Van Gogh giunge a un estremo gesto di autolesionismo tagliandosi un orecchio.

La camera da letto: Nella Camera da letto, Van Gogh, trasforma la piccola stanza, in un ambiente mosso e traballante che esprime angoscia, attraverso la tensione delle linee prospettiche del pavimento, spezzate attraverso i decisi segni scuri che disegnano i mobili, attraverso l’evidenza dei colori senza ombre applicati a “tinte piatte”. È la camera da letto dell’artista nella “casa gialla” che egli abitava ad Arles. Egli lavorava anche quando è ricoverato nella casa di cura di Saint-Remy, dimostrando ancora una volta, come la presentazione della natura subisca una profonda trasformazione che riflette le sue angoscie, le sue paure, nelle luci e nei colori, come quelli del cielo, delle stelle e dello spicchio di luna di Notte stellata . Nel dipinto, particolarmente innovativo, la luminosità dei corpi celesti non vince l’oscurità e la cupezza notturna del paesaggio, accentuata ancora più dalla presenza dei cipressi. In quest’opera egli non dipinge in modo oggettivo ovvero così com’è, ma come la sente, in modo soggettivo, abbandonando l’impressionismo e anticipando l’espressionismo. Alterna qui una pittura molto fluida per il cielo dove vi sono pezzi di tela non coperti, con grande velocità realizza i vortici nel cielo, alla parte anteriore che è caratterizzata da una pittura molto materica ovvero molto colorata, come se il colore non fosse diluito. Dipinge secondo il suo sentire interiore, le pennellate sono ampie. In primo piano c’è il cipresso che tende all’infinito, con una concezione che torna a quella del sublime romantico o meglio all’”orrore fascinoso” cioè un qualcosa che ci attrae e che ci fa paura allo stesso tempo.

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