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Giorgio Morandi - Natura morta


Nel coro delle molteplici voci e tendenze che caratterizzano il panorama artistico italiano della prima metà del Novecento, il bolognese Giorgio Morandi si impone come una figura chiave, sebbene non inseribile, per la particolarità del suo linguaggio, in alcuna corrente specifica. Fra il 1918 e il 1920, Morandi realizzò composizioni di gusto metafisico caratterizzate da un impianto severo e dipinte quasi a monocromo, tanto è evidente il privilegio accordato ai toni di terra rispetto alle altre gamme cromatiche. In quegli anni egli individuò nella natura morta il suo tema prediletto che non avrebbe più abbandonato. La piccola natura morta del museo di Bologna è una tra le innumerevoli variazioni sul tema condotte dall'artista in questo genere antiretorico per eccellenza.
Morandi dispose in uno spazio vuoto, ridotto a due semplici campi di colore, una serie di vasi e bottiglie di forma e altezza differenti, riuscendo a ottenere l'effetto della profondità senza impiegare rigide griglie prospettiche, ma semplicemente ponendo in primo piano un grande vaso bianco, accompagnato da un altro molto più piccolo: la bocca dell'uno si allinea agli oggetti retrostanti, le ridotte dimensioni dell'altro consentono di vedere interamente il vaso marrone posto in linea con esso. La pittura lenta e concentrata di Morandi si avvale di una tavolozza di colori contenuti e "umili", di toni smorzati e pallidi che sembrano privare gli oggetti della loro fisicità, quasi fossero sagome, e creano esili vibrazioni intorno alle forme.

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